UFO Made in Japan: Il Mistero tra Antichi Dei e Anime Psichedelici

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Il Giappone ha sempre avuto un rapporto intimo con il cielo. Ma non solo con quello azzurro, sereno, poetico dei ciliegi in fiore; piuttosto con quel cielo più alto, profondo, oscuro, da cui – si narra – provengono i kami, gli dei, gli spiriti, gli avi e, forse, anche gli altri. Le cronache mitologiche giapponesi, come il Kojiki o il Nihon Shoki, parlano di divinità celesti che scendono sulla Terra in oggetti volanti luminosi, portando insegnamenti, avvertimenti e talvolta punizioni. Alcune di queste entità – come i Tennin, esseri eterei alati, o i Tengu, creature montane dotate di poteri e tecnologie straordinarie – sembrano più simili a descrizioni di visitatori extraterrestri che non a semplici spiriti della natura.

Questa sensibilità cosmica, questa apertura alla possibilità che l’universo sia abitato da intelligenze superiori in dialogo (spesso simbolico) con l’umanità, affiora con forza in un caso straordinario del XIX secolo: la vicenda dell’Utsuro Bune. Era il 1803 quando, sulle coste della provincia di Hitachi, alcuni pescatori assistettero all’arrivo di uno strano oggetto semisferico galleggiante, simile a un disco volante. L’imbarcazione, descritta con dettagli anacronisticamente “moderni”, conteneva una donna dai capelli rossi e dalla pelle chiarissima, vestita con tessuti sconosciuti e incapace di comunicare. Portava con sé una scatola misteriosa che non lasciava toccare a nessuno. Il linguaggio indecifrabile inciso sull’interno del “vessel” ha fatto pensare a simboli alieni. “Un’astronave sacra, un’arca del mistero, un grembo tecnologico da cui emerge il contatto tra umano e alieno, materia e spirito.” Dopo alcuni tentativi di dialogo, la misteriosa viaggiatrice fu rimessa in mare, svanendo come un sogno interrotto. Una storia, questa, che per molti rappresenta il primo caso documentato di incontro con un’entità non terrestre in Giappone.

Ma il cielo giapponese ha continuato a parlare anche in tempi moderni, e spesso nei momenti più oscuri. Dopo il devastante tsunami del 2011 e l’incidente nucleare di Fukushima, decine di testimoni riferirono l’avvistamento di oggetti luminosi nei cieli sopra la centrale danneggiata. Alcuni filmati mostrano sfere bianche o dorate stazionare sopra i reattori, muovendosi poi con traiettorie impossibili. Teorie alternative hanno ipotizzato la presenza di droni extraterrestri o entità osservatrici, come se qualcosa – o qualcuno – stesse monitorando l’evento, o cercasse di contenere un disastro planetario. L’idea di “guardiani celesti” che appaiono nei momenti critici della storia umana si intreccia qui con l’antico sentire shintoista: il cielo osserva, e agisce quando serve.

Ma se un tempo i messaggi arrivavano attraverso le onde del mare o i lampi nel cielo, oggi arrivano attraverso le onde luminose degli anime. Perché il Giappone, oltre ad aver codificato il mistero nei testi sacri, lo ha fatto anche nel linguaggio visivo. Anime come Astro Boy, Ultraman, Evangelion, Serial Experiments Lain o Ergo Proxy non sono solo opere di fantasia: sono manifestazioni simboliche di un sapere occulto, archetipi travestiti da eroi pixelati.

Astro Boy è il messia robotico, il bambino venuto da un laboratorio ma dotato di un cuore, di un’anima, di compassione. Una sorta di “Gesù sintetico” mandato per salvare l’uomo da se stesso. Ultraman è il guerriero celeste che si fonde con l’umano per combattere mostri interdimensionali. La sua trasformazione avviene tramite un gesto rituale, quasi sciamanico: sollevare la Beta Capsule verso il cielo per ricevere la forza. Un’invocazione mascherata da fantascienza.

Ma è con Evangelion che il simbolismo esplode. La serie è un labirinto gnostico e cabalistico: gli Angeli non sono buoni né cattivi, ma entità primordiali che obbligano l’uomo a confrontarsi con la propria origine e la propria fine. Gli Evangelion – giganteschi mecha biomeccanici – sono golem, involucri animati dallo spirito umano, strumenti alchemici di trasformazione dell’anima. E il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo è un rito di fusione collettiva, un ritorno all’Uno.

In Serial Experiments Lain, la protagonista scopre che la rete (il Wired) è una nuova forma di campo akashico: una memoria collettiva viva, dove ogni coscienza può essere registrata, modificata o cancellata. Lain diventa una divinità digitale, e la serie ci costringe a porci domande sulla natura stessa della realtà. Chi siamo, se la coscienza può essere replicata? Dove finisce l’io e dove inizia il tutto?

E qui entra in gioco la noetica, la scienza dello spirito e della coscienza. Molti anime sembrano voler suggerire che la mente non è un prodotto del cervello, ma un campo di coscienza che attraversa ogni essere vivente, capace di connettersi, di espandersi, di trascendere lo spazio-tempo. Come nel caso dei “Newtype” di Gundam, che comunicano telepaticamente e percepiscono il campo emozionale altrui, o dei personaggi di Akira, mutati dal potere della mente pura. In tutte queste opere emerge un’idea antica ma potentissima: l’universo è mente, e l’uomo è un’antenna vivente.

E se la mente è campo, allora il suo linguaggio è la frequenza. La musica, i suoni, le vibrazioni presenti in molte serie non sono solo colonna sonora: sono codici vibratori. Evangelion usa musiche sinfoniche, armoniche, a tratti sacre. Akira impiega canti buddhisti, tamburi rituali, voci spezzate che ricordano antiche invocazioni. Non è intrattenimento: è risveglio. Ogni nota, ogni frequenza, parla al corpo sottile dello spettatore. Lo riallinea, lo turba, lo prepara.

Anime, UFO, mitologia, noetica, coscienza collettiva, frequenza: sono tutte facce della stessa matrice misteriosa. Il Giappone, con la sua tradizione millenaria e la sua avanguardia tecnologica, sembra aver intercettato da sempre questo flusso invisibile, traducendolo in storie, immagini e suoni. Come se sapesse che la verità non può essere detta, ma solo suggerita.

Forse, in fondo, non stiamo solo guardando anime.

Forse, ci stanno parlando attraverso di essi.

E se davvero così fosse, allora il compito del cacciatore di misteri non è solo guardare… ma ascoltare il silenzio tra le immagini, leggere i simboli tra le righe, e sentire la vibrazione che ancora ci chiama dal cielo.

 

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters