DISCLOSURE DAY – COME SARA’ IL GIORNO DELLA RIVELAZIONE?

Un viaggio tra simboli, Roswell, spiritualità, linguaggio, coscienza e il significato nascosto del nuovo film di Steven Spielberg che immagina il giorno della rivelazione extraterrestre.

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Immaginate un mondo sull’orlo di una guerra devastante, probabilmente nucleare, che vede come protagoniste due superpotenze come gli Stati Uniti e la Corea. Un conflitto che appare ormai inevitabile, con le forze armate in stato di massima allerta, al livello DEFCON 2, l’ultimo gradino prima dell’ipotetico scoppio di una guerra su larga scala.

In questo scenario quasi apocalittico, alcuni dipendenti di una misteriosa organizzazione sovranazionale chiamata Wardex decidono di sottrarre un immenso archivio segreto: una raccolta di documenti che costituirebbe la prova dell’esistenza della presenze extraterrestre sulla Terra, della retro-ingegneria condotta su presunti velivoli UFO recuperati nel corso dei decenni e dell’interazione tra queste entità e l’essere umano attraverso il fenomeno delle cosiddette abductions.

A guidare questa organizzazione segreta troviamo un magistrale Colin Firth nel ruolo di Noah Scanlon, figura enigmatica che rappresenta il volto del controllo e della conservazione del segreto. Sul fronte opposto si muove Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor, il dipendente dissidente che materialmente sottrae i dati destinati a cambiare la storia dell’umanità. Al suo fianco c’è Margaret Fairchild, interpretata da Emily Blunt, una donna che porta dentro di sé un legame profondo con l’intelligenza extraterrestre e che si rivelerà il vero ponte tra due civiltà, diventando la chiave per la realizzazione del tanto atteso Disclosure Day.

Nel film viene più volte sottolineato un dettaglio temporale particolarmente significativo: il cover-up dura esattamente settantanove anni. Il riferimento è chiaramente all’incidente di Roswell, avvenuto nel Nuovo Messico nel luglio del 1947. Sebbene il fenomeno UFO, nella sua dimensione mitologica e culturale, affondi le proprie radici in epoche molto più antiche, e la stessa ufologia moderna legata ai cosiddetti Foo Fighters sia precedente al caso Roswell, Spielberg sceglie simbolicamente quell’evento come punto di origine della grande menzogna contemporanea e come momento fondante dell’immaginario collettivo legato al fenomeno extraterrestre.

 

Gli iniziati a conoscere la verità

Ma come è possibile realizzare il Disclosure Day?

La scena iniziale del film è, apparentemente, decontestualizzata: due wrestler si affrontano con violenza all’interno di un ring, mentre il pubblico intorno esulta, grida e si lascia trascinare dalla spettacolarizzazione del combattimento. In mezzo a quella folla rumorosa, però, c’è una figura completamente diversa: uno spettatore seduto in silenzio, con uno zaino sulle spalle, che osserva la scena con apparente distacco. È Daniel Kellner.

Non si tratta di una semplice scelta registica, ma di una potente metafora. Daniel è un uomo che ha visto qualcosa che gli altri ignorano. È un iniziato alla conoscenza, qualcuno che non riesce più a partecipare allo spettacolo della realtà così come gli viene presentato.

Spielberg sembra suggerire un concetto presente in molte tradizioni filosofiche e spirituali: esiste una differenza profonda tra chi vive all’interno della rappresentazione del mondo e chi, invece, cerca di osservare ciò che si cela dietro il sipario.

È impossibile non pensare al mito della caverna di Platone, dove gli uomini incatenati scambiano le ombre proiettate sulla parete per la realtà, mentre solo chi riesce a uscire dalla caverna può contemplare la verità, con tutte le conseguenze e le responsabilità che tale conoscenza comporta.

In questa prospettiva il ring diventa il simbolo del mondo materiale: un luogo dominato dalla competizione, dall’aggressività, dal conflitto e dall’intrattenimento, elementi che spesso distraggono l’essere umano dalla ricerca di una comprensione più profonda dell’esistenza. Nel film esistono tuttavia due diverse categorie di iniziati.

Da una parte vi sono coloro che conoscono la verità e scelgono di custodirla, preservando così il proprio potere. La Wardex rappresenta questa élite di custodi del segreto, convinta che l’umanità non sia pronta ad affrontare una rivelazione così sconvolgente.

Dall’altra parte vi sono gli iniziati che, avendo avuto accesso alla stessa conoscenza, sentono il dovere morale di condividerla. Daniel e gli altri dissidenti ritengono che una verità così profonda non possa appartenere a pochi individui, ma debba diventare patrimonio dell’intera specie umana.

Ed è proprio qui che il film pone una delle sue domande più inquietanti e attuali:

L’umanità è realmente pronta a conoscere la verità?

È corretto rivelare un’informazione capace di destabilizzare l’economia, la politica, la religione e la stessa concezione dell’uomo all’interno dell’universo? Oppure, come sostengono i custodi del segreto, è preferibile una divulgazione graduale, fatta di piccole ammissioni e di una lenta preparazione psicologica della società attraverso i mezzi d’informazione?

Questo è il cuore pulsante di Disclosure Day. Secondo i protagonisti della rivelazione, il tempo delle mezze verità è terminato. Non bastano più le briciole lasciate filtrare attraverso indiscrezioni, testimonianze e informazioni frammentarie: è arrivato il momento di un atto definitivo, globale e irreversibile.

Chi controlla il segreto, invece, desidera continuare a gestire un potere immenso, non solo sul piano della conoscenza, ma anche su quello economico, tecnologico e geopolitico, mantenendo il monopolio sulle tecnologie derivate dalla retro-ingegneria extraterrestre.

La forza di questa contrapposizione è proprio la sua ambiguità morale: il film non presenta un bene o un male assoluto. Da una parte c’è il diritto dell’umanità alla conoscenza; dall’altra esiste il timore che una verità troppo grande possa provocare il collasso delle certezze sociali su cui la civiltà si è costruita.

Religione e rivelazione

L’attenzione del film si sposta poi sul piano spirituale e religioso. Anche in questo caso, l’intento di Spielberg non sembra essere quello di alimentare il classico conflitto tra scienza e fede, ma piuttosto quello di costruire un ponte tra due dimensioni che, da sempre, accompagnano la ricerca dell’uomo: la conoscenza razionale e il bisogno di trascendenza.

Una parte fondamentale della narrazione si sviluppa all’interno di un monastero, luogo simbolico di raccoglimento, silenzio e ricerca interiore. Qui Jane Blankenship, interpretata da Eve Hewson, compagna del protagonista Daniel Kellner ed ex novizia, trova rifugio durante uno dei momenti più difficili della sua fuga.

Il personaggio di Jane è forse quello che incarna maggiormente il conflitto tra il vecchio e il nuovo paradigma. Il suo percorso è una lotta interiore tra la fede ricevuta, costruita su certezze e dogmi, e la necessità di confrontarsi con una verità che sembra mettere in discussione l’intera visione tradizionale dell’uomo come unico protagonista del disegno divino.

Ed è proprio qui che il film introduce una delle sue riflessioni più profonde. In maniera quasi sorprendente, non è uno scienziato né un ricercatore a spingere Jane verso una nuova apertura mentale, ma una semplice suora del monastero, che le ricorda come l’esistenza di altre forme di vita nell’universo non rappresenti necessariamente una negazione della fede.

Il richiamo alla celebre frase del film Contact è evidente:

“Se nell’universo fossimo solo noi, sarebbe un enorme spreco di spazio.”

Questa affermazione apre una questione teologica antichissima: un Dio infinito potrebbe aver scelto di manifestare la vita soltanto sulla Terra oppure avrebbe dato origine a un cosmo popolato da innumerevoli forme di esistenza?

Spielberg non offre una risposta definitiva. Al contrario, pone lo spettatore di fronte a una domanda che supera il semplice tema extraterrestre e tocca il rapporto stesso tra uomo e divino.

Per millenni l’essere umano ha rivolto lo sguardo verso il cielo cercando angeli, divinità, segni e messaggi provenienti da una dimensione superiore. La possibilità di un contatto con un’intelligenza extraterrestre potrebbe rappresentare, nella visione del film, non la distruzione della spiritualità, ma la nascita di una nuova consapevolezza cosmica.

L’aspetto più affascinante di Disclosure Day è proprio questo: la rivelazione non viene interpretata come un’apocalisse nel senso moderno del termine, cioè una catastrofe, ma nel significato originario della parola greca apokálypsis, ossia “svelamento”, “rimozione del velo”.

È il momento in cui l’umanità è chiamata ad abbandonare la propria prospettiva antropocentrica per comprendere di essere soltanto una parte di una realtà immensamente più vasta.

Tuttavia, il film lascia sospesa anche una domanda ancora più radicale, quasi disturbante:

E se la rivelazione non consistesse semplicemente nello scoprire che non siamo soli nell’universo, ma che la nostra stessa origine è diversa da quella che abbiamo sempre creduto?

È qui che Spielberg sfiora territori più controversi e filosoficamente inquietanti: il confine tra creazione divina, evoluzione e l’eventuale intervento di altre intelligenze nella storia dell’umanità.

E proprio nel non fornire una risposta definitiva risiede la forza del film: la vera rivelazione non è l’arrivo degli extraterrestri, ma il cambiamento dello sguardo dell’uomo su sé stesso e sul proprio posto nel cosmo.

 

Gli alieni, gli animali ed il Missing Time

Tra gli elementi più discussi e controversi di Disclosure Day vi è sicuramente la scelta di rappresentare gli animali come veicoli attraverso i quali le coscienze extraterrestri entrano in contatto con alcuni esseri umani.

Molti articoli e recensioni hanno criticato questa scelta narrativa, considerandola poco convincente o addirittura eccessivamente distante dalla tradizionale iconografia del fenomeno UFO. La mia interpretazione è diametralmente opposta: ritengo che si tratti di una delle intuizioni più profonde, poetiche e toccanti dell’intera opera.

Gli animali sono i primi compagni di viaggio dell’umanità sulla Terra. Esiste un legame ancestrale tra l’uomo e il mondo animale, una connessione che precede il linguaggio, la tecnologia e persino le prime forme di civiltà. Spielberg sembra voler suggerire che, di fronte a un contatto con un’intelligenza superiore o semplicemente diversa, il primo linguaggio universale non sia quello delle parole, ma quello dell’istinto, dell’empatia e della vita stessa. Quasi un legame telepatico.

È una scelta che si discosta volutamente dalla rappresentazione classica dell’alieno come creatura minacciosa, fredda e ostile. Il regista evita la strada più semplice — quella dell’invasione, del rapimento violento e della paura — per costruire invece un rapporto molto più ambiguo e profondo con l’ignoto.

Il cervo, la volpe e l’uccellino che accompagnano Margaret bambina diventano quindi un’immagine quasi fiabesca e rassicurante di un evento che, secondo le testimonianze legate al fenomeno delle presunte abductions, viene spesso raccontato come traumatico, sconvolgente e destinato a lasciare un segno permanente nella memoria dell’individuo.

La scelta di utilizzare creature dall’aspetto familiare e innocente come mediatori del contatto permette agli esseri extraterrestri di superare la naturale paura dell’ignoto. Margaret viene guidata verso l’astronave — che assume l’aspetto della sua stessa casa d’infanzia — attraverso un processo di riconoscimento e fiducia, non attraverso la costrizione.

Questo dettaglio apre una riflessione ancora più profonda: quanto di ciò che percepiamo è realmente la realtà e quanto, invece, è una rappresentazione costruita affinché la nostra mente possa accettarla?

Nel corso del film compare più volte un dispositivo tecnologico capace di modificare la percezione dell’ambiente circostante: può nascondere intere strutture, alterare le sembianze degli individui e persino mascherare il vero aspetto degli extraterrestri attraverso immagini familiari, come appunto quelle degli animali.

Si introduce così uno dei temi più affascinanti dell’opera: la natura della realtà stessa. L’idea che ciò che vediamo possa essere una sorta di “interfaccia” creata per permetterci di comprendere qualcosa che altrimenti sarebbe troppo distante dalla nostra esperienza richiama antiche riflessioni filosofiche e moderne teorie sulla percezione della coscienza.

L’ipnosi regressiva implicita.

Un altro elemento particolarmente interessante è il modo in cui Spielberg affronta il tema della memoria del contatto.

Il regista evita volutamente la classica rappresentazione cinematografica dell’ipnosi regressiva — con il terapeuta, il lettino e il paziente che rivive traumaticamente l’esperienza — come visto in molti altri film del genere, tra cui Il quarto tipo.

In Disclosure Day, il recupero del ricordo avviene in maniera molto più sottile e suggestiva. Hugo Wakefield, interpretato da Colman Domingo, ricostruisce l’ambiente della casa natale di Margaret e, grazie all’utilizzo della tecnologia aliena e di stimoli emotivi mirati, accompagna i protagonisti verso una riattivazione dei ricordi rimossi.

È una sorta di regressione senza ipnosi: un viaggio nella memoria in cui non è la mente a spostarsi nel passato, ma è il passato stesso a essere ricreato intorno ai protagonisti.

Questa scelta narrativa risulta particolarmente interessante perché unisce due concetti apparentemente opposti: la tecnologia più avanzata e l’esplorazione dell’inconscio umano.

Ancora una volta Spielberg sembra suggerire che il vero mistero non risieda soltanto nello spazio esterno, ma anche nello spazio più sconosciuto di tutti: la mente dell’uomo.

 

 La sintonizzazione delle frequenze

Una delle immagini più iconiche dell’intera campagna promozionale di Disclosure Day è la scena mostrata nei primi teaser del film: Margaret Fairchild, che lavora come annunciatrice meteorologica per la televisione statale del Kansas, sta svolgendo il suo consueto servizio in diretta quando, improvvisamente, la sua voce cambia. Dalla sua bocca non escono più parole comprensibili, ma suoni misteriosi, apparentemente privi di significato e impossibili da interpretare.

Per chiunque ascolti quella trasmissione si tratta soltanto di un rumore disturbante, di una sequenza di suoni privi di logica. Eppure, nello stesso momento, Daniel Kellner, ascoltando l’audio attraverso il proprio telefono, comprende perfettamente il messaggio. Quei suoni si trasformano nella sua mente in parole chiare, come se la sua coscienza fosse già predisposta a riceverli.

È proprio in questa scena che Spielberg introduce uno dei concetti più affascinanti del film: la sintonizzazione.

La comunicazione non avviene semplicemente attraverso una lingua condivisa, ma tramite una particolare armonia tra chi trasmette e chi riceve. È come se entrambi fossero accordati sulla stessa frequenza invisibile, capaci di superare il limite delle parole e di accedere a un livello di comprensione più profondo.

Il concetto richiama molte tradizioni spirituali e filosofiche. Nella storia del contattismo extraterrestre si è spesso parlato di comunicazione telepatica, di un collegamento diretto tra coscienze attraverso un linguaggio che non necessita di suoni, simboli o strutture grammaticali. Disclosure Day riprende questa idea, ma la rappresenta attraverso un linguaggio cinematografico moderno, in cui la frequenza diventa la metafora di un legame invisibile tra esseri appartenenti a mondi diversi.

La questione della comunicazione con un’intelligenza aliena è da sempre uno dei problemi più affascinanti della fantascienza. Lo vediamo in opere come Contact, dove il messaggio proveniente dalle stelle rappresenta una sfida scientifica e filosofica, o in Arrival, in cui la comprensione di un complesso sistema linguistico diventa il vero cuore della narrazione. Anche in E.T. il linguaggio più potente non è quello delle parole, ma quello dell’empatia, del sentimento e della connessione emotiva.

Spielberg sembra quindi suggerire un’idea estremamente affascinante: il linguaggio universale non nasce dall’apprendimento di una grammatica comune, ma dalla capacità di entrare in risonanza con l’altro.

Nella scena conclusiva del film — senza svelare dettagli essenziali della trama — emerge chiaramente che solo Margaret e Daniel possiedono questa particolare capacità. Un messaggio sussurrato, incomprensibile per tutti gli altri presenti, trova in loro due gli unici interpreti possibili.

La loro connessione trascende il semplice rapporto umano. Non è soltanto una questione di vicinanza fisica o di esperienza condivisa: è come se i due personaggi fossero collegati da un filo invisibile che supera lo spazio e il tempo.

Si arriva così a uno dei concetti più suggestivi dell’intero film: la possibilità che due coscienze possano entrare in una forma di sintonia così profonda da annullare le distanze. Una sorta di entanglement quantistico “emotivo”, non nel senso strettamente scientifico del termine, ma come potente metafora di un legame che sfida le tradizionali categorie di tempo e spazio.

In questo senso, Disclosure Day ritorna a una delle domande più antiche dell’umanità: la vera evoluzione di una civiltà consiste nello sviluppo della tecnologia o nella capacità di comprendere l’altro?

Ed è forse proprio qui che Spielberg lascia il suo messaggio più profondo: prima ancora di imparare a comunicare con gli abitanti di altri mondi, l’uomo dovrà imparare a sintonizzarsi con ciò che è diverso da sé.

Critiche ingiuste

Chi si aspettava un film fatto di battaglie spaziali, invasioni su larga scala e alieni ostili, probabilmente uscirà dalla sala con un senso di delusione.
Per decenni il cinema di fantascienza ci ha abituati a immaginare l’incontro con l’ignoto come un evento traumatico, una minaccia da combattere o un nemico da sconfiggere.

Tuttavia, giudicare Disclosure Day esclusivamente attraverso questa lente significa non cogliere la natura più profonda del progetto di Spielberg.

Il regista sceglie una strada molto più coraggiosa e, per certi aspetti, più realistica: quella di indagare cosa accadrebbe davvero alla nostra civiltà se una verità capace di riscrivere la storia dell’umanità venisse improvvisamente rivelata.

Il vero terremoto non sarebbe l’arrivo degli extraterrestri, ma la reazione dell’uomo. Il crollo delle certezze, la paura di perdere il proprio ruolo privilegiato nell’universo, il dubbio sulle proprie origini, il possibile collasso di modelli economici, politici e religiosi costruiti nel corso dei millenni.

In questo senso, il film affronta un tema profondamente umano, ovvero, la paura dell’ignoto.

La storia dell’uomo è sempre stata accompagnata da una contraddizione fondamentale: da una parte il desiderio di esplorare, scoprire e oltrepassare i propri confini; dall’altra il bisogno di proteggere le proprie certezze, anche quando queste possono limitare la nostra comprensione della realtà.

Il grande messaggio di Disclosure Day sembra essere proprio questo: ciò che non conosciamo non dovrebbe diventare automaticamente motivo di paura o di rifiuto.

La diversità, persino quella più radicale rappresentata da un’intelligenza non terrestre, può trasformarsi in un’occasione di crescita.

La vera rivoluzione di un futuro Disclosure Day, quindi, non consiste semplicemente nello scoprire di non essere soli nell’universo. La rivelazione più grande è comprendere che l’umanità deve superare il proprio antropocentrismo e imparare a guardare il cosmo con maggiore umiltà.

Forse la domanda più importante non è:

“Siamo pronti a incontrare gli extraterrestri?”

La domanda più difficile è un’altra:

“Siamo pronti ad abbandonare l’idea di essere il centro dell’universo?”

È questa la vera sfida che Spielberg lascia allo spettatore. Non una battaglia tra mondi, ma una trasformazione della coscienza umana.

Gianluca Santaniello – Team Mistery Hunters