Chi ha Ucciso il futuro dell’Italia?

Mattei, Olivetti, De Mauro, Pasolini e Pecorelli: gli uomini, i segreti e le occasioni perdute di un Paese che avrebbe potuto cambiare la storia.

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Ci sono Paesi che perdono le guerre. E Paesi che, talvolta, sembrano perdere il proprio futuro senza nemmeno accorgersene.

Il 27 ottobre 1962, nelle campagne di Bascapè, in provincia di Pavia, un piccolo aereo precipita poco prima dell’atterraggio. A bordo ci sono tre uomini: il pilota Irnerio Bertuzzi, il giornalista americano William McHale ed Enrico Mattei, presidente dell’ENI, uno degli uomini più influenti dell’Italia del dopoguerra. Nessuno sopravvive.

Due anni e otto mesi prima, il 27 febbraio 1960, Adriano Olivetti era morto improvvisamente durante un viaggio in treno verso la Svizzera. Il 9 novembre 1961 un incidente automobilistico aveva portato via Mario Tchou, il giovane ingegnere che stava guidando la rivoluzione elettronica della Olivetti.

Tre uomini, tre morti in meno di tre anni.

Mattei voleva affrancare l’Italia dalla dipendenza dalle grandi compagnie petrolifere internazionali. Olivetti immaginava un Paese capace di competere nella nascente industria informatica. Tchou stava trasformando quella visione in macchine funzionanti.

Negli anni successivi altri nomi entreranno in questa storia. Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora di Palermo, scomparso il 16 settembre 1970. Pier Paolo Pasolini, assassinato il 2 novembre 1975 mentre lavorava al romanzo Petrolio. Mino Pecorelli, direttore dell’agenzia e poi della rivista OP, ucciso a Roma il 20 marzo 1979.

Tutti protagonisti, in forme differenti, di vicende che incrociano politica, economia, informazioni riservate e potere.

La tentazione è unirli con un filo rosso, immaginando un’organizzazione invisibile responsabile di ogni morte. Sarebbe una storia semplice e cinematografica. Ma rischierebbe di portarci lontano proprio da quella verità che vogliamo raggiungere.

Perché alcuni di questi uomini furono effettivamente assassinati, mentre per altri non esistono prove affidabili di un omicidio. Alcune connessioni sono documentate, altre sono sostenute da giornalisti e investigatori, altre ancora appartengono al terreno delle congetture.

Eppure una domanda rimane, e merita di attraversare l’intera vicenda.

Che Italia avremmo potuto costruire se certe persone, certe intuizioni e certi progetti avessero avuto il tempo e le condizioni per svilupparsi?

Per capire la figura di Mattei bisogna tornare agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. L’Italia è una nazione impoverita, politicamente inserita nel blocco occidentale, dipendente dall’estero per una parte fondamentale delle risorse energetiche.

Mattei riceve inizialmente il compito di liquidare l’AGIP. Invece intuisce che proprio quella società potrebbe diventare il nucleo di un grande gruppo energetico nazionale. Nel 1953 nasce l’ENI.

La sua strategia è audace: acquistare direttamente petrolio dai Paesi produttori, negoziare condizioni più favorevoli, rompere gli equilibri consolidati e offrire ai governi interessati accordi differenti da quelli delle grandi compagnie internazionali.

Le cosiddette Sette Sorelle dominano buona parte dell’industria petrolifera occidentale. Mattei non dispone del loro potere finanziario, ma possiede una qualità particolare: sa trasformare un accordo commerciale in uno strumento diplomatico.

Tratta con l’Iran, guarda al Medio Oriente e al Nord Africa, stringe accordi con l’Unione Sovietica nonostante l’Italia appartenga alla NATO. Cerca interlocutori anche nei movimenti di liberazione dal colonialismo.

Non è un rivoluzionario estraneo al sistema. È un imprenditore pubblico molto potente, capace di influenzare governi e partiti, e non privo di metodi spregiudicati. Ma persegue una politica energetica che non coincide sempre con le priorità degli alleati occidentali.

Questa divergenza è documentata.

Il 17 marzo 1962, appena sette mesi prima della sua morte, alcuni importanti funzionari dell’amministrazione Kennedy partecipano a una riunione dedicata espressamente a Mattei e all’ENI.

Il documento, pubblicato nella raccolta diplomatica americana Foreign Relations of the United States, mostra quanto il presidente italiano preoccupasse Washington.

Ma rivela anche una circostanza fondamentale: gli americani stavano valutando la possibilità di favorire un accordo fra Mattei e alcune grandi compagnie petrolifere occidentali.

Questo dettaglio cambia la prospettiva dell’inchiesta. Per anni una delle interpretazioni più diffuse ha considerato la CIA e gli interessi petroliferi statunitensi i principali indiziati dell’attentato. Tuttavia, negli ultimi mesi della vita di Mattei, erano aperte anche trattative per una possibile normalizzazione dei rapporti.

Chi avrebbe tratto vantaggio dalla sua eliminazione proprio in quel momento?

È su questa domanda che si concentrano alcune delle ricerche più importanti pubblicate negli ultimi anni.

Nel 2026 il magistrato Vincenzo Calia, che aveva condotto l’inchiesta della Procura di Pavia, e il giornalista Giuseppe Oddo pubblicano Lampi sull’ENI. Il piano per eliminare Enrico Mattei, per Feltrinelli. Lampi sull'Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei : Calia, Vincenzo, Oddo, Giuseppe: Amazon.it: Libri

Il loro lavoro, costruito su documenti d’archivio, testimonianze e atti giudiziari, sviluppa una pista che conduce soprattutto verso la Francia.

All’epoca Parigi è coinvolta nel conflitto algerino. L’Algeria rappresenta un territorio strategico, anche per le sue risorse energetiche. Le aperture di Mattei verso il mondo arabo e i movimenti anticoloniali costituiscono un fattore di tensione con gli interessi francesi.

Secondo la ricostruzione di Calia e Oddo, gli apparati francesi avrebbero svolto un ruolo fondamentale nell’operazione contro Mattei, con complicità italiane e possibili collaborazioni interne all’ENI.

Gli autori discutono anche il ruolo di Eugenio Cefis, figura centrale della storia economica nazionale, che dopo Mattei diventerà presidente dell’ENI e successivamente della Montedison.

È un’ipotesi investigativa di grande rilievo, ma non una verità giudiziaria definitiva. Le responsabilità individuali prospettate dal libro non sono state accertate con una condanna.

Un’altra interpretazione emerge dai lavori di Egidio Ceccato, autore di Il delitto Mattei. Complicità italiane in un’operazione segreta della Guerra Fredda, pubblicato da Castelvecchi nel 2019.

Ceccato attribuisce maggiore importanza agli interessi delle compagnie petrolifere occidentali e ai loro rapporti con governi stranieri, settori della politica siciliana e criminalità organizzata. Secondo questa ricostruzione, l’ultimo viaggio di Mattei in Sicilia sarebbe stato sfruttato per predisporre una trappola.

Ancora una volta dobbiamo distinguere il contenuto dell’ipotesi dalle prove capaci di dimostrarla.

Sul fatto che l’aereo di Mattei sia stato sabotato, le indagini condotte dalla Procura di Pavia hanno raccolto elementi tecnici molto consistenti. Gli esami sui resti del velivolo e sugli oggetti recuperati hanno individuato modificazioni compatibili con una sollecitazione esplosiva.

La conclusione investigativa fu che una carica esplosiva aveva provocato la caduta dell’aereo.

Il problema rimasto irrisolto riguarda chi abbia progettato, commissionato e realizzato l’attentato.

Sappiamo dunque molto di più su come Mattei morì che su chi volle la sua morte.

Ed è proprio nello spazio fra queste due conoscenze che sopravvive il mistero.

Mauro De Mauro: il giornalista che forse aveva trovato il collegamento

Otto anni dopo la morte di Mattei, il regista Francesco Rosi sta preparando un film dedicato al presidente dell’ENI.

Per ricostruire gli ultimi giorni di Mattei in Sicilia si rivolge anche al giornalista Mauro De Mauro, cronista del quotidiano palermitano L’Ora.

De Mauro indaga, incontra persone, cerca testimonianze.

Il 16 settembre 1970 viene sequestrato sotto casa, a Palermo. Da quel momento scompare.

Il suo corpo non verrà mai ritrovato.

La coincidenza fra le ricerche sul caso Mattei e la sua scomparsa ha alimentato per decenni l’ipotesi che il giornalista fosse entrato in possesso di informazioni pericolose.

Nel libro Profondo nero, pubblicato da Chiarelettere nel 2009, i giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sviluppano una ricostruzione che collega l’eliminazione di Mattei, la scomparsa di De Mauro e l’assassinio di Pasolini.

Al centro della loro indagine si trovano gli interessi economici legati all’ENI, le trasformazioni del sistema industriale italiano e il ruolo attribuito a Eugenio Cefis.

Ma il contributo più significativo alla ricostruzione di De Mauro proviene dagli atti giudiziari.

Nelle motivazioni rese note il 3 febbraio 2016, la Cassazione afferma che l’omicidio del giornalista fu deciso ed eseguito da uomini di Cosa nostra e che il movente era riconducibile alle informazioni riservate ottenute durante la sua attività professionale.

In particolare, la Corte considera verosimile, pur senza ritenerlo certo, che quelle informazioni riguardassero il coinvolgimento di esponenti mafiosi nella morte di Enrico Mattei.

Si tratta di un passaggio straordinariamente importante. La connessione fra i due casi non è soltanto un’intuizione letteraria: è stata presa seriamente in considerazione dalla magistratura.

Tuttavia, la Cassazione ha confermato l’assoluzione di Totò Riina e ha riconosciuto l’impossibilità di individuare con certezza tutti i responsabili e il movente specifico.

Esiste inoltre una ricostruzione alternativa.

Nel 2026 lo storico Mauro Canali pubblica Ritratto di un giovane fascista. Il caso Mauro De Mauro, per Donzelli. Attraverso una ricerca archivistica recupera aspetti controversi della biografia del giornalista, soprattutto il suo passato negli ambienti fascisti durante la guerra, e torna a considerare la pista relativa al tentativo di golpe Borghese del 1970.

La sua ricerca ci ricorda qualcosa di essenziale: un giornalista può aver raccolto informazioni pericolose su vicende differenti, e stabilire quale di esse abbia provocato la sua eliminazione richiede prove specifiche.

La storia di De Mauro rimane quindi sospesa fra due interpretazioni investigative: il caso Mattei e gli ambienti dell’eversione politica.

E tuttavia entrambe conducono verso una zona oscura dell’Italia repubblicana, quella in cui criminalità, politica e informazioni riservate hanno talvolta incrociato le proprie strade.

Pasolini: il poeta che voleva raccontare il potere

Nel novembre 1974 Pier Paolo Pasolini pubblica sul Corriere della Sera un articolo destinato a diventare uno dei documenti più importanti del dibattito intellettuale italiano: Che cos’è questo golpe?

Il testo si apre con una dichiarazione che attraverserà i decenni:

«Io so.»

Pasolini denuncia la presenza di trame politiche, violenze e responsabilità nascoste dietro la strategia della tensione. Parla anche di interventi della CIA, attribuendo all’intelligence americana un ruolo nella destabilizzazione italiana.

Ma nello stesso articolo riconosce di non disporre delle prove giudiziarie necessarie per sostenere quelle accuse.

È un passaggio decisivo per capire il suo pensiero.

Pasolini non pretende di aver condotto un’istruttoria penale. Rivendica la capacità dell’intellettuale di riconoscere i meccanismi del potere attraverso l’osservazione, l’analisi politica e la letteratura.

Nel frattempo sta lavorando a Petrolio, un’opera monumentale e incompiuta che affronta le trasformazioni del capitalismo italiano, i rapporti tra industria e politica e l’universo dell’ENI.

Tra i personaggi e i riferimenti dell’opera emergono figure riconducibili a Mattei e Cefis.

Attorno al romanzo si concentra uno dei misteri letterari più discussi del Novecento italiano: il presunto capitolo mancante noto come Appunto 21 — Lampi sull’ENI.

Secondo alcune ricostruzioni, Pasolini avrebbe raccolto informazioni particolarmente compromettenti sulle responsabilità dietro la morte di Mattei.

Gianni D’Elia, nel libro Il petrolio delle stragi del 2006, sostiene l’ipotesi che Pasolini sia stato eliminato perché stava avvicinandosi a verità pericolose.

Anche David Grieco, nel libro e nel film La macchinazione, presenta l’omicidio del poeta come un possibile delitto organizzato, collegando la vicenda a interessi politici, ambienti criminali e materiali riservati.

Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti hanno invece approfondito il problema dei documenti di Petrolio, cercando di ricostruire il rapporto fra le carte conservate, i materiali non pubblicati e le possibili lacune editoriali.

Su questo terreno bisogna però muoversi con precisione.

Il romanzo era deliberatamente frammentario e rimase incompiuto. L’edizione del 2022 ha permesso nuove valutazioni filologiche, ma non ha dimostrato l’esistenza di un capitolo completo sottratto per nascondere le responsabilità dell’omicidio Mattei.

L’omicidio di Pasolini, avvenuto nella notte fra il 1° e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, rimane un caso dalle molte zone controverse.

Giuseppe Pelosi venne condannato. Le successive indagini, comprese quelle riaperte nel 2010, non hanno però consentito di accertare una regia politica del delitto. Nel 2015 il procedimento venne archiviato; alcuni profili genetici individuati sugli abiti dello scrittore non erano stati attribuiti a persone identificate.

È corretto dunque considerare le ricostruzioni alternative come ipotesi da confrontare con le risultanze investigative.

Eppure Petrolio continua a porre domande profondissime: quanto potere avevano i grandi gruppi industriali? Quali rapporti esistevano fra interessi economici e rappresentanza politica? Che cosa accade quando l’informazione dipende finanziariamente dai centri che dovrebbe controllare?

Anche senza attribuire a Pasolini la conoscenza di un segreto capace di spiegare tutti i delitti italiani, queste domande conservano una forza straordinaria.

Olivetti e Tchou: l’Italia che aveva già inventato il futuro

Se Mattei rappresenta la ricerca dell’autonomia energetica, Adriano Olivetti rappresenta forse il più grande esempio di un’altra possibile identità industriale italiana.

La sua azienda non produce soltanto macchine da scrivere. Investe nella ricerca, nella progettazione elettronica, nella cultura, nell’architettura, nella formazione e nella qualità della vita dei lavoratori.

Il progetto Olivetti possiede una caratteristica rarissima: cerca di collegare il progresso tecnico a quello sociale.

Quando nel 1954 Adriano affida a Mario Tchou lo sviluppo del settore elettronico, l’industria informatica è ancora agli inizi.

Nel 1959 l’azienda presenta l’ELEA 9003, uno dei primi grandi elaboratori commerciali interamente transistorizzati.

Non si tratta di un prototipo rimasto sulla carta. È una macchina funzionante, frutto di una squadra di ingegneri e ricercatori italiani.

Poi arrivano le due morti.

Adriano Olivetti muore nel febbraio 1960, secondo la ricostruzione biografica consolidata per una trombosi cerebrale.

Mario Tchou muore nel novembre 1961 in un incidente automobilistico.

La vicinanza temporale delle due scomparse suscita interrogativi, soprattutto perché l’impresa entra successivamente in una fase di difficoltà finanziaria che culmina nella cessione della maggioranza della divisione elettronica alla General Electric nel 1964.

Meryle Secrest, nella biografia investigativa Il caso Olivetti, sviluppa una ricostruzione che attribuisce importanza alle pressioni americane, all’interesse dell’IBM e al ruolo della CIA nell’ambiente della competizione tecnologica internazionale.

L’autrice sostiene che il progetto elettronico della Olivetti fosse considerato strategicamente rilevante dagli Stati Uniti e indaga la possibilità di interferenze che avrebbero favorito il ridimensionamento della capacità industriale italiana.

La sua ricerca si basa su interviste, testimonianze e documentazione storica. Non dimostra però che Olivetti e Tchou siano stati assassinati dall’intelligence americana.

Il Dizionario Biografico degli Italiani di Treccani, nella voce dedicata a Tchou, considera le ipotesi di un omicidio organizzato dai servizi americani prive di riscontri.

Questo non significa che la questione dell’autonomia tecnologica fosse irrilevante.

Nel 1964 il settore dei grandi elaboratori Olivetti passa sotto il controllo maggioritario della General Electric. È una perdita industriale concreta, anche se la società continuerà a innovare e nel 1965 presenterà la Programma 101, una macchina fondamentale nella storia del calcolo personale.

Le difficoltà economiche, l’indebitamento, i limiti dimensionali del mercato italiano, le decisioni degli azionisti e le pressioni concorrenziali forniscono spiegazioni documentate della crisi.

Rimane legittimo studiare se interessi strategici esterni abbiano contribuito ad accelerare quel processo. Ma occorre riconoscere che la prova di una pressione industriale e quella di un assassinio sono due cose radicalmente differenti.

Forse la tragedia più profonda della vicenda Olivetti è proprio questa: non è necessario dimostrare un complotto omicidiario per riconoscere che l’Italia non riuscì a proteggere e sviluppare pienamente un’eccellenza tecnologica straordinaria.

E questo dovrebbe interrogarci ancora oggi.

Mino Pecorelli: quando conoscere i segreti diventa pericoloso

Il 20 marzo 1979, a Roma, quattro colpi di pistola uccidono Carmine Pecorelli, conosciuto come Mino.

È il direttore di OP — Osservatore Politico, pubblicazione capace di mettere in circolazione informazioni riservate provenienti dagli ambienti della politica, dell’amministrazione, dei servizi e della criminalità.

Pecorelli non rappresenta la figura romantica del giornalista isolato che combatte il sistema dall’esterno. La sua attività si sviluppa attraverso rapporti con fonti inserite proprio nei centri del potere.

Pubblica indiscrezioni e rivelazioni, talvolta difficili da verificare, su scandali economici, apparati di sicurezza, finanziamenti e vicende politiche.

Tra gli argomenti che segue c’è anche il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.

La sua morte provoca un’inchiesta lunga e controversa, che attraversa ipotesi di rapporti fra mafia, politica, banda della Magliana e ambienti della destra eversiva.

Nel 2002 Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti vengono condannati in appello come mandanti del delitto. Ma nel novembre 2003 le Sezioni Unite della Cassazione annullano senza rinvio quelle condanne, assolvendo entrambi per non aver commesso il fatto.

La sentenza è particolarmente istruttiva: la Corte spiega perché l’esistenza di un possibile interesse all’eliminazione di qualcuno non costituisca, da sola, la dimostrazione della responsabilità per un omicidio.

È una lezione fondamentale anche per le altre vicende affrontate in questa inchiesta.

Nel libro La strage continua, pubblicato nel 2020, la giornalista Raffaella Fanelli ha ricostruito le fonti di Pecorelli, le piste criminali e i rapporti con gli ambienti della P2 e dell’eversione.

Il suo lavoro, arricchito da interviste e testimonianze, ha contribuito a riaccendere l’interesse investigativo sul caso.

E qui incontriamo un altro elemento storico reale: la loggia P2 non è una fantasia letteraria.

La Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi ha documentato l’esistenza di una rete capace di attraversare ambienti istituzionali, militari, economici e informativi. La relazione conclusiva fu presentata nel 1984.

Non significa che la P2 fosse responsabile di tutti i delitti irrisolti della Repubblica. Significa che l’esistenza di strutture riservate dotate di influenza politica e istituzionale è un fatto studiato dal Parlamento.

Il caso Pecorelli resta senza una ricostruzione giudiziaria definitiva degli autori.

Ma la sua morte richiama una questione centrale: in una società democratica, le informazioni di interesse pubblico devono poter emergere attraverso procedure trasparenti e un giornalismo libero, non soltanto attraverso reti opache di informatori, ricatti e indiscrezioni.

E la CIA? Tra operazioni documentate e responsabilità non dimostrate

Arriviamo alla domanda più controversa.

Gli Stati Uniti hanno cercato di influenzare segretamente la politica italiana durante la Guerra fredda?

La risposta, sul piano documentale, è sì.

Le operazioni clandestine americane non sono un’invenzione dei sostenitori delle teorie del complotto.

Un memorandum della Casa Bianca datato 26 luglio 1976, oggi pubblico, descrive un programma di propaganda e disinformazione della CIA realizzato in relazione alle elezioni politiche italiane.

Il documento riferisce anche dell’utilizzo di materiale falsificato per influenzare la percezione del Partito comunista italiano.

Un altro memorandum del maggio dello stesso anno affronta esplicitamente la possibilità di impiegare operazioni propagandistiche e mediatiche clandestine per condizionare il clima politico del Paese.

È una prova storica diretta dell’interferenza americana.

Non dobbiamo però compiere un salto logico.

Influenzare un’elezione non equivale ad aver organizzato l’omicidio di Mattei o di Pasolini.

Per quanto riguarda le eliminazioni politiche, esistono altri documenti molto importanti.

Nel 1975 la Commissione Church del Senato americano indagò sui progetti clandestini statunitensi per uccidere leader stranieri.

L’inchiesta documentò piani contro Fidel Castro e Patrice Lumumba, insieme ad altre operazioni e controversie relative a figure politiche internazionali.

Nel caso Lumumba, la Commissione ricostruì un progetto omicidiario della CIA, ma non trovò prove che gli Stati Uniti avessero partecipato direttamente alla sua uccisione effettiva.

Questi documenti stabiliscono che la CIA aveva sviluppato capacità e progetti di assassinio politico.

Non dimostrano, però, un coinvolgimento dell’agenzia nelle morti italiane esaminate in questo articolo.

È qui che il giornalismo d’inchiesta deve distinguersi dalla suggestione.

Un’organizzazione può avere capacità, interessi e precedenti. Ma per attribuirle uno specifico delitto occorrono collegamenti operativi verificabili.

Proprio per questa ragione la recente pista francese sul caso Mattei merita attenzione. Introduce una spiegazione differente, che potrebbe risultare compatibile con alcuni documenti diplomatici americani e incompatibile con altre narrazioni consolidate.

Non abbiamo bisogno di scegliere una teoria in base alla sua forza narrativa. Abbiamo bisogno di confrontare documenti, testimonianze, date e riscontri materiali.

La verità storica non è una questione di fedeltà a un’ipotesi.

Il futuro perduto: potevamo essere un’Italia diversa?

Proviamo ora a immaginare uno scenario alternativo, senza trasformarlo in una certezza.

Mattei sopravvive al 1962.

Prosegue il suo programma di accordi energetici, sfrutta la capacità negoziale dell’ENI e cerca una posizione più autonoma nell’economia mediterranea.

Adriano Olivetti continua a guidare l’impresa. Mario Tchou sviluppa le nuove generazioni di elaboratori elettronici. La ricerca industriale italiana consolida una filiera di semiconduttori, software e computer, capace di competere più efficacemente con gli Stati Uniti.

Nel frattempo, un sistema istituzionale più trasparente consente ai giornalisti di investigare gli scandali senza essere esposti alle violenze della criminalità organizzata.

Un’Italia simile avrebbe potuto essere più autonoma?

È plausibile.

Sarebbe certamente diventata una superpotenza tecnologica ed energetica?

Non possiamo saperlo.

Le industrie crescono attraverso capitali, competenze, mercati, decisioni politiche e condizioni internazionali. Non basta la sopravvivenza di un grande imprenditore per assicurare il successo di un’intera strategia.

Mattei avrebbe comunque dovuto affrontare le oscillazioni del mercato petrolifero, la geopolitica e gli interessi concorrenti.

Olivetti avrebbe dovuto superare i problemi finanziari della sua azienda, la concorrenza internazionale e la necessità di investimenti sempre maggiori.

Ma il punto è un altro.

L’Italia possedeva, già allora, idee e competenze capaci di inserirla da protagonista in due settori destinati a cambiare il mondo: l’energia e l’informatica.

E quei progetti incontrarono ostacoli, alcuni documentati e altri ancora oggetto di controversia, che ne limitarono lo sviluppo.

Non possiamo attribuire il successivo percorso industriale del Paese a una sola congiura. Possiamo però domandarci perché la nostra economia abbia spesso incontrato difficoltà nel trasformare le eccellenze tecnologiche in filiere nazionali durature.

È una questione assai più ampia della morte di Mattei.

Riguarda il rapporto fra politica e industria, la capacità di investire nella ricerca, la continuità delle strategie economiche e la qualità delle istituzioni.

Riguarda, soprattutto, il significato della parola sovranità.

Sovranità non significa isolamento dal mondo, né autosufficienza assoluta.

Significa possedere competenze, risorse, alleanze diversificate e capacità negoziale sufficienti per non dipendere totalmente dalle decisioni altrui.

Mattei e Olivetti, pur diversissimi, cercarono entrambi di costruire qualcosa di simile.

Sessantaquattro anni dopo: cosa è cambiato?

Nel 2026 non viviamo più nell’Italia della Guerra fredda.

Il mondo è cambiato. Al posto del petrolio sono diventati strategici anche i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, le reti digitali, le batterie, le materie prime critiche e le infrastrutture energetiche.

Ma la domanda fondamentale resta sorprendentemente simile.

Chi controlla le tecnologie e le risorse dalle quali dipende la nostra economia?

Secondo Eurostat, nel 2024 la dipendenza energetica italiana dalle importazioni era pari a circa il 75%, contro una media dell’Unione europea del 57,3%.

Una cifra che dovrebbe far riflettere.

Dopo decenni, l’Italia continua a dipendere in misura considerevole dall’estero per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.

Non significa che tutti i problemi derivino dalla scomparsa di Mattei. Sarebbe una semplificazione storicamente scorretta.

Significa, però, che la questione dell’autonomia energetica non appartiene soltanto al passato. È ancora una questione strategica.

Lo stesso vale per la tecnologia.

Oggi i problemi che Olivetti e Tchou cercavano di affrontare ritornano sotto altre forme: chi possiede i brevetti, chi controlla i centri di calcolo, chi produce i componenti, chi conserva i dati, chi decide come vengono sviluppati e utilizzati i sistemi di intelligenza artificiale.

Un Paese che rinuncia a investire nelle competenze necessarie rischia di diventare un consumatore permanente delle innovazioni altrui.

Per questo la memoria di Mattei e Olivetti non dovrebbe servire soltanto a cercare i colpevoli di ieri. Dovrebbe aiutarci a formulare una strategia per domani.

Cosa possiamo fare, concretamente, oggi?

La prima necessità è completare il lavoro di ricostruzione storica.

Molti documenti relativi ai periodi più controversi della Repubblica sono stati desecretati, mentre altri restano difficili da consultare.

Le direttive del 2008, del 2014 e del 2021 hanno favorito il trasferimento di documenti riguardanti stragi, terrorismo, organizzazione Gladio e P2 all’Archivio Centrale dello Stato.

Si tratta di un patrimonio enorme, ancora da studiare sistematicamente.

La ricerca deve poter coinvolgere storici, giornalisti, archivisti, università e associazioni culturali. Occorre digitalizzare quanto possibile, costruire cronologie confrontabili e rendere pubbliche le fonti nei limiti stabiliti dalla legge.

Oggi, inoltre, l’accesso civico generalizzato consente ai cittadini di richiedere molti documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, rispettando le esclusioni previste dal decreto legislativo 33/2013 e successive modifiche.

Una parte delle risposte potrebbe quindi essere cercata attraverso strumenti già disponibili.

Ma la trasparenza non basta se manca la capacità di interpretare ciò che emerge.

Serve un giornalismo investigativo indipendente, capace di lavorare sulle carte e sulle testimonianze, correggere i propri errori e resistere alle pressioni economiche e politiche.

Un giornalismo che non debba inventare un complotto per attirare attenzione e non debba ignorare una pista scomoda per mantenere relazioni influenti.

La seconda necessità è recuperare una politica industriale di lungo periodo.

Non una replica nostalgica dell’ENI di Mattei o della Olivetti degli anni Cinquanta, ma un programma capace di valorizzare università, centri di ricerca, imprese e competenze tecniche.

Diversificare le fonti energetiche, sviluppare produzione rinnovabile e sistemi di accumulo, modernizzare le reti, sostenere le filiere elettroniche e informatiche, creare condizioni favorevoli alla ricerca e trattenere i giovani talenti.

Tutte questioni sulle quali sono possibili scelte differenti, ma che richiedono obiettivi verificabili e continuità oltre la durata dei governi.

La terza riguarda il rapporto fra economia e democrazia.

Una società libera deve poter conoscere, nei limiti previsti dalla legge, chi finanzia le decisioni pubbliche, quali interessi intervengono nei processi decisionali e come vengono utilizzate le risorse collettive.

Servono controlli efficaci, indipendenza delle autorità competenti, tutela delle fonti giornalistiche e protezione delle persone che segnalano illeciti.

La quarta necessità, forse la più importante, è culturale.

Dobbiamo insegnare alle nuove generazioni che la storia non è una sequenza di date da memorizzare, ma un campo di ricerca in cui le affermazioni devono essere confrontate con documenti e testimonianze.

E che il pensiero critico non consiste nel credere automaticamente al contrario della versione ufficiale.

Consiste nel non concedere immunità dalle domande a nessuna versione, nemmeno a quella che preferiamo.

Conclusione — Il vero complotto sarebbe rinunciare al futuro

C’è una forma di malinconia particolare che attraversa la storia italiana.

È la malinconia delle occasioni perdute.

Un aereo precipitato in un campo. Un imprenditore morto su un treno. Un ingegnere scomparso troppo giovane. Un giornalista inghiottito dalla notte di Palermo. Un poeta massacrato sulla spiaggia di Ostia. Un altro giornalista ucciso a pochi passi dalla redazione.

Se osserviamo queste vite soltanto attraverso le loro morti, rischiamo di perdere la parte più importante della storia.

Mattei non era soltanto l’uomo morto a Bascapè. Era l’imprenditore che aveva immaginato nuovi rapporti fra l’Italia e il mondo dell’energia.

Olivetti non era soltanto l’uomo scomparso su un treno. Era l’industriale che pensava alla fabbrica come a una comunità capace di produrre innovazione e benessere.

Tchou non era soltanto la vittima di un incidente. Era il ricercatore che stava portando l’elettronica italiana dentro il futuro.

De Mauro, Pasolini e Pecorelli, ciascuno con la propria storia e le proprie contraddizioni, rappresentavano tre modi differenti di entrare nelle zone meno illuminate del potere.

Non sappiamo se tutte queste vicende siano collegate da una strategia criminale comune. Le indagini disponibili non consentono di affermarlo.

Sappiamo, però, che alcune morti furono delitti, che l’intreccio fra criminalità e interessi economici è stato documentato in diversi episodi della storia italiana e che le operazioni clandestine delle potenze straniere hanno costituito una realtà della Guerra fredda.

Sappiamo anche che il nostro Paese possedeva straordinarie capacità creative e industriali e che non sempre è riuscito a conservarle e svilupparle.

Il vero insegnamento potrebbe trovarsi proprio nell’incontro fra queste due storie: quella dei misteri irrisolti e quella delle opportunità industriali perdute.

Perché cercare la verità su Mattei non dovrebbe significare soltanto individuare chi abbia preparato una bomba sessantaquattro anni fa.

Dovrebbe significare anche domandarci che cosa serva oggi per non compromettere nuove opportunità di autonomia.

Studiare Olivetti non dovrebbe significare soltanto cercare un eventuale assassino mai dimostrato. Dovrebbe significare chiederci perché sia così difficile costruire imprese capaci di sopravvivere ai loro fondatori e di competere nei settori tecnologici più importanti.

Ricordare De Mauro, Pasolini e Pecorelli non dovrebbe ridursi alla ricerca di un segreto definitivo. Dovrebbe spingerci a pretendere un’informazione che possa indagare senza essere intimidita o condizionata.

Forse un’Italia migliore era possibile allora. Sicuramente possiamo ancora lavorare per renderla possibile oggi.

Non tornando a un passato mitizzato, ma imparando dalle sue intuizioni e dai suoi fallimenti.

La verità, per usare la celebre espressione di X-Files, sarà anche là fuori.

Ma non ci arriveremo con la sola diffidenza, né immaginando un burattinaio dietro ogni tragedia.

Ci arriveremo aprendo gli archivi, verificando le testimonianze, interrogando le sentenze, discutendo le interpretazioni e proteggendo il diritto di porre domande.

Soprattutto, costruendo le condizioni perché le idee migliori non restino isolate e non scompaiano insieme agli uomini che le hanno immaginate.

Perché una nazione non diventa davvero indipendente quando trova un nemico al quale attribuire ogni sconfitta.

Diventa più indipendente quando acquisisce la capacità di conoscere la propria storia, scegliere il proprio futuro e realizzarlo.

E forse questa è l’eredità più importante che Mattei e Olivetti hanno lasciato all’Italia.

La ricerca continua.

Mistery Hunters — Indagare il passato per comprendere il presente.

Fonti giudiziarie, istituzionali e documentali

  1. Procura di Pavia, indagine Mattei (conclusa nel 2003) — Ricostruzione degli accertamenti tecnici in Treccani, La morte di Enrico Mattei, un caso ancora aperto.
  2. Dipartimento di Stato americano, 17 marzo 1962 — Memorandum of Conversation: Mattei and ENI, archivio Foreign Relations of the United States.
  3. Corte di Cassazione, processo De Mauro, decisione del 4 giugno 2015, motivazioni del 2016 — Resoconto delle motivazioni, ANSA.
  4. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 24 novembre 2003, n. 45276 — Testo integrale della sentenza Pecorelli.
  5. Presidenza degli Stati Uniti, 26 luglio 1976 — Memorandum Scowcroft–Ford sulle operazioni clandestine in Italia.
  6. Senato degli Stati Uniti, Commissione Church, 1975 — Alleged Assassination Plots Involving Foreign Leaders.
  7. Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, 1984 — Archivio del Senato, relazione Anselmi e documentazione.
  8. Archivio Centrale dello Stato — Direttiva Draghi 2021 e versamenti dei documenti desecretati.
  9. Eurostat, dati 2024, edizione 2026 — Energy in Europe.
  10. Pier Paolo Pasolini, 14 novembre 1974 — Che cos’è questo golpe?, archivio del Corriere della Sera.

Libri e indagini giornalistiche

  1. Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, Lampi sull’ENI. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Feltrinelli, 2026.
  2. Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini, Chiarelettere, 2009.
  3. Egidio Ceccato, Il delitto Mattei. Complicità italiane in un’operazione segreta della Guerra Fredda, Castelvecchi, 2019.
  4. Meryle Secrest, Il caso Olivetti, edizione italiana Rizzoli/BUR.
  5. Gianni D’Elia, Il petrolio delle stragi, Effigie, 2006.
  6. David Grieco, La macchinazione, Rizzoli, 2015.
  7. Raffaella Fanelli, La strage continua. La vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli, Ponte alle Grazie, 2020.
  8. Mauro Canali, Ritratto di un giovane fascista. Il caso Mauro De Mauro, Donzelli, 2026.
  9. Marco Grimaldi, Pasolini trent’anni dopo: la nuova edizione di Petrolio, Treccani, 2022.
  10. Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani — Adriano Olivetti e Mario Tchou.