* Nel dibattito contemporaneo sui fenomeni anomali e sulla cosiddetta Disclosure sembra quasi inevitabile finire in uno dei due schieramenti contrapposti: da una parte lo scetticismo che liquida la questione prima ancora di esaminarla, dall’altra una certa fanta-archeologia che trasforma ogni carro celeste, ogni visione profetica e ogni divinità antica in un astronauta proveniente da qualche remoto sistema stellare. Da ricercatore del simbolo, da dove sceglie di partire?
Parto da un principio irrinunciabile: distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo e da ciò che non sappiamo ancora. Non possiedo prove che intelligenze non umane abbiano visitato la Terra, né oggi né nell’antichità; non credo quindi sia serio trasformare Ezechiele, Elia, il carro di fuoco o una teofania nella cronaca di un fenomeno UAP.
Le Scritture appartengono a sistemi linguistici, religiosi e simbolici complessi; ridurre quelle immagini a veicoli metallici significa sottrarre loro significato. Ma vale anche il ragionamento opposto: non possedere una prova non significa possedere la prova della non esistenza. Talvolta ci si libera di un dogma religioso per costruirne uno scientista; questa non è scienza, perché la scienza autentica accetta che una spiegazione migliore possa modificare quella precedente.
Per questo non vedo extraterrestri dietro ogni luce nel cielo, ma non considero irrazionale domandarmi se, in un universo immenso e antichissimo, la coscienza possa essersi manifestata una sola volta. Il mio lavoro comincia qui: distinguere il simbolo dalla cronaca, l’ipotesi dal dato e il dato dall’interpretazione.
* Nel nostro immaginario religioso, la Genesi viene spesso letta come il racconto di una Creazione costruita attorno alla Terra e culminante nell’uomo. Ma il testo ebraico afferma realmente una centralità cosmica assoluta dell’essere umano?
No; ed è uno degli aspetti che trovo più affascinanti. La traduzione italiana recita “In principio Dio creò il cielo e la terra”, mentre l’ebraico riporta “ha-shāmayim we’et ha-’āreṣ”. Shāmayim possiede forma plurale, mentre ’ereṣ indica la terra o il mondo terrestre; sarebbe scorretto trasformare quel plurale nella prova di pianeti abitati.
L’espressione “i cieli e la terra” funziona come un merismo: nomina due estremi per comprendere la totalità, l’intera realtà creata. La Genesi non descrive una cartografia del cosmo, ma formula una teologia precisa: tutto ciò che esiste appartiene allo stesso atto creatore; non afferma quindi che la Terra sia necessariamente l’unico luogo dell’universo nel quale possa essersi sviluppata una creatura cosciente.
Nel secondo racconto l’ādām è tratto dalla ădāmāh, dalla terra; l’uomo biblico è materia terrestre che riceve il soffio vitale. Anche “immagine e somiglianza di Dio” viene spesso trasformata in un certificato di superiorità cosmica, ma il testo assegna all’uomo soprattutto una funzione e una responsabilità; il suo primato è vocazionale ed etico.
* Nei primi capitoli sembrano convivere due differenti racconti della creazione dell’uomo. Alcuni autori contemporanei vi hanno letto creazioni successive, interventi esterni o persino antiche manipolazioni biologiche. Come interpreta questa duplicazione?
La ricerca storico-critica riconosce differenti strati e tradizioni compositive; la terminologia classica parlava soprattutto di tradizione sacerdotale e jahvista, anche se quel modello è stato ampiamente discusso. In ogni caso, non abbiamo davanti una moderna relazione scientifica sulla nascita della specie umana.
Sul piano simbolico, però, i due racconti dicono qualcosa di straordinariamente attuale. In Genesi 1 l’essere umano compare nella sua dimensione regale: maschio e femmina, immagine divina, capace di conoscere e trasformare la realtà; in Genesi 2 lo ritroviamo tratto dalla terra, bisognoso dell’altro, inserito in un giardino che deve lavorare e custodire.
Sono i due volti dell’uomo. Filone di Alessandria rifletteva sulla distinzione tra l’uomo secondo l’immagine e l’uomo terrestre; Joseph B. Soloveitchik, in “The Lonely Man of Faith”, avrebbe poi parlato di Adamo primo e Adamo secondo: tecnica e relazione.
La nostra epoca mostra cosa accade quando il primo Adamo diviene potentissimo e il secondo rimane indietro: possiamo intervenire sul codice genetico e raggiungere altri corpi celesti, ma restiamo incapaci di risolvere questioni morali antichissime. L’Adam Qadmon e il tikkun della qabbalah appartengono a sviluppi più tardi; possono però essere letti come immagini di una libertà che implica responsabilità e quella che definisco “un’opera di ricomposizione”.
* La Bibbia, comunque, non descrive una realtà popolata esclusivamente dall’uomo. Quali altre forme di intelligenza compaiono nella cosmologia biblica?
Questa domanda è un punto spesso dimenticato. In Giobbe leggiamo che “le stelle del mattino cantavano tutte insieme e tutti i figli di Dio acclamavano”; il linguaggio è religioso, ma presenta una realtà nella quale l’uomo non costituisce l’unica forma di intelligenza creata. Paolo parla poi di realtà visibili e invisibili, di Troni, Dominazioni, Principati e Potenze; su questo, la teologia elaborerà in seguito la dottrina angelologica.
Naturalmente, un angelo non è un extraterrestre. Confondere le due categorie sarebbe l’errore che contesto alla paleoastronautica più disinvolta; una realtà spirituale non può essere trasformata, senza prove, in una specie biologica. Resta però un dato teologicamente rilevante: la tradizione biblica non ha mai sostenuto che l’intelligenza debba coincidere esclusivamente con l’Homo sapiens.
Anche il Corano, nella sura 42, versetto 29, parla delle creature disseminate nei cieli e sulla terra; non è una prova di civiltà extraterrestri, ma impedisce letture troppo anguste della potenza creatrice. Lo stesso rigore va applicato al Rāmāyaṇa e al Puṣpaka vimāna: trasformare un carro celeste del linguaggio epico indiano nel resoconto tecnico di un aeromobile sarebbe arbitrario.
Il mito non acquista dignità quando, come meccanici in un autofficina, gli montiamo sopra un motore; perché nel tentativo di renderlo “tecnologico” rischiamo anzi di perdere ciò che cercava di dirci sull’uomo e sul sacro.
* Anche alcuni astronomi della Specola Vaticana hanno affrontato apertamente la possibilità di altre forme di vita intelligente, senza ritenerla incompatibile con la fede cristiana. È un passaggio importante?
Certamente; mostra quanto sia debole l’idea che un’altra intelligenza dovrebbe far crollare la teologia. Potrebbe mettere in difficoltà le costruzioni antropocentriche; ma Dio e l’antropocentrismo non sono la stessa cosa.
Se domani scoprissimo una civiltà intelligente a cento anni luce da noi, non avremmo dimostrato che Dio non esiste; avremmo dimostrato soltanto che l’uomo si era attribuito una centralità che la realtà non gli aveva garantito. Il Creatore di miliardi di galassie non diventerebbe più piccolo perché in una di esse vive qualcun altro.
* L’universo ha circa 13,8 miliardi di anni. Il sistema Kepler-444, con i suoi pianeti, si è formato quando il cosmo era molto più giovane del nostro sistema solare. Che cosa suggerisce questa enorme profondità temporale?
Che siamo arrivati tardi. Kepler-444 non dimostra vita antichissima, ma testimonia che sistemi planetari potevano formarsi miliardi di anni prima del nostro. Non sappiamo se altrove la materia abbia prodotto vita, coscienza o tecnologia; sappiamo però che la domanda merita di essere studiata.
La scienza non ha confermato una biologia extraterrestre; tuttavia l’astrobiologia ha reso la questione scientificamente legittima e l’esoplanetologia ha trasformato i pianeti extrasolari in realtà osservabile. Un uomo antico poteva scrivere che “i cieli narrano la gloria di Dio”, mentre oggi analizziamo atmosfere lontanissime; anche la contemplazione può utilizzare uno spettrografo.
* Negli ultimi anni il tema UAP è entrato stabilmente nei documenti governativi e nelle audizioni ufficiali. La Disclosure sta realmente avvicinandosi oppure stiamo assistendo soltanto a una trasformazione culturale?
Prima di tutto separerei due campi spesso confusi: UAP e SETI. L’indagine sugli UAP riguarda fenomeni osservati e non immediatamente identificati; il SETI cerca invece evidenze di intelligenza extraterrestre attraverso segnali o tecnofirme. Non sono sinonimi.
Il lavoro dell’AARO è interessante proprio per questo. Molti casi vengono identificati come palloni, satelliti, velivoli, droni o altri fenomeni convenzionali; altri restano aperti perché i dati disponibili non consentono una conclusione solida. Insisto su una distinzione: “non identificato” descrive lo stato di un’indagine, non la natura dell’oggetto; un fenomeno che oggi non riusciamo a classificare non diventa per questo extraterrestre, ma non diventa neppure inesistente.
La novità culturale è che le istituzioni hanno iniziato a riconoscere che studiare qualcosa di anomalo non equivale ad aderire a una fede ufologica. Anche il rapporto Brookings del 1960 viene spesso deformato: non ordinava alla NASA di nascondere gli extraterrestri, ma suggeriva di esaminare anche le possibili reazioni culturali, politiche e religiose a una eventuale scoperta di vita extraterrestre.
* Supponiamo allora che domani arrivi una conferma scientifica inequivocabile dell’esistenza di un’altra civiltà intelligente. Sarebbe l’evento capace di distruggere le religioni?
Non credo; distruggerebbe alcune presunzioni interpretative, e non sarebbe necessariamente un male. Una religione che abbia identificato la grandezza del Creatore con l’unicità biologica dell’uomo avrebbe certamente un problema; ma l’esistenza di altre creature razionali non negherebbe un principio creatore universale.
La vera rivoluzione sarebbe un’altra: non un disco nel cielo, ma la fine dell’illusione secondo cui tutta la storia cosmica debba culminare nella nostra specie. Possiedono coscienza morale, una forma di trascendenza, religioni? E che cosa accadrebbe a noi riconoscendo di non essere il solo soggetto intelligente attraverso cui l’universo prende coscienza di se stesso?
Essere “pronti” non significherebbe allora possedere soltanto strumenti scientifici migliori; richiederebbe una maturità etica più profonda. Una civiltà capace di raggiungerci da un altro sistema stellare mostrerebbe capacità tecniche enormi, ma capacità tecnica e saggezza morale non coincidono; noi stessi ne siamo la prova.
Mi interessa quindi sapere che cosa faremmo noi. Saremmo capaci di non sparare per paura e di non inginocchiarci per fascinazione? Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Non considero questo passo evangelico un messaggio cifrato sugli extraterrestri, ma una riflessione sulla relazione tra conoscenza e capacità interiore di sostenerla.
* Nel finale di una sua riflessione che lessi in un suo personale post sui social, compare una parola ebraica, shamar, che collega il giardino dell’Eden all’omicidio di Abele. Perché la considera tanto importante?
In quel post esplicitai, a ragione veduta, che proprio il termine “Shamar” è una delle chiavi più severe dell’intero racconto; perché in Genesi 2,15 l’uomo viene posto nel giardino “per coltivarlo e custodirlo”; il testo utilizza i verbi ‘avad e shamar, e quest’ultimo significa custodire, preservare, vegliare. Dopo l’uccisione di Abele, Dio domanda a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Caino risponde: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Ha-shomer: la stessa radice.
All’inizio l’uomo riceve un mondo da custodire; poco dopo rifiuta di essere custode del proprio fratello. Terra e fraternità si trovano legate nello stesso dramma antropologico: quando viene meno la custodia dell’altro, viene meno anche il rapporto corretto con ciò che ci è stato affidato.
Ed è per questo che il tema della vita extraterrestre, per me, torna inevitabilmente sulla Terra. Se consideriamo già l’uomo diverso da noi una minaccia, come accoglieremmo una creatura proveniente da un’altra storia evolutiva? Se devastiamo il pianeta sul quale siamo nati, quale cultura porteremmo su un altro mondo?
Prima ancora di chiedere al cielo “Dove siete?”, la Genesi pone due domande più antiche: Ayeka?, “Dove sei?”; e “Dov’è tuo fratello?”.
Forse l’autentica Disclosure comincia qui, quando cade l’illusione di essere al centro di tutto; e se un giorno incontreremo un’altra intelligenza, non sarà necessariamente Dio a diventare più piccolo; potrebbe essere l’uomo, finalmente, a comprendere la propria giusta misura nel cosmo. E forse, proprio allora, il cielo ci apparirà immensamente più grande di come oggi lo immaginiamo.
Intervista a Emilio Ferrara
Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters


















