La voce degli dèi, il linguaggio degli alieni e il mistero dei click: dai cacciatori del Kalahari agli incontri del terzo tipo

Un’indagine tra antropologia, linguistica, neuroscienze e ufologia per scoprire perché i suoni dell’ignoto ricordano una delle più antiche forme di linguaggio umano.

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Esistono suoni sulla Terra che, per un orecchio occidentale, sembrano appartenere alla fantascienza. Schiocchi secchi della lingua, colpi ritmici, impulsi sonori che ricordano un codice sconosciuto. È la sensazione che si prova ascoltando le lingue dei San, dei Khoikhoi e degli Hadza, popolazioni africane custodi di alcune delle tradizioni culturali più antiche ancora esistenti.

La cosa sorprendente è che quegli stessi suoni vengono spesso utilizzati dall’immaginario moderno per dare una voce agli esseri extraterrestri. Nei film di fantascienza, dall’alieno inquietante di Signs alle entità di Arrival, fino alle più recenti rappresentazioni cinematografiche di intelligenze non umane, la voce dell’Altro viene costruita attraverso schiocchi, vibrazioni, suoni spezzati e modulazioni che si allontanano dalla normale parola umana.

Una coincidenza? Una scelta artistica? Oppure il riflesso di qualcosa di più profondo nella nostra psiche?

La risposta scientifica non lascia spazio a dubbi: non esiste alcuna prova che le lingue a click abbiano un’origine extraterrestre. Tuttavia il parallelismo culturale rimane uno degli aspetti più affascinanti della storia del linguaggio umano.

Per molto tempo qualcuno ha immaginato che questi popoli possedessero una particolare conformazione della gola, della mandibola o della lingua. La ricerca scientifica ha escluso questa possibilità.

Gli studi linguistici dimostrano che i click non dipendono da una particolare anatomia, ma da una capacità universale dell’apparato vocale umano.

Non esiste un “gene dei click” e non esiste una particolare struttura anatomica dei San, dei Khoikhoi o degli Hadza che li renda capaci di produrre questi suoni. Il click è una capacità universale dell’apparato fonatorio umano. Ogni bambino, se cresce all’interno di una comunità che utilizza queste lingue, può imparare a produrlo naturalmente.

 

 

 

La vera domanda quindi non è come possano produrli, ma perché alcune culture abbiano scelto di conservarli. Le risposte non sono definitive. Alcuni linguisti ritengono che i click possano rappresentare una caratteristica molto antica di alcune famiglie linguistiche africane. Altri hanno ipotizzato un vantaggio pratico nella vita di caccia, poiché permettono comunicazioni brevi, precise e con una ridotta emissione di aria. Non esiste ancora una spiegazione unica accettata da tutti gli studiosi.

Le pitture rupestri San raccontano un tempo mitico in cui uomini, animali e spiriti potevano attraversare i confini della realtà.

La tradizione dei San racconta un’epoca primordiale in cui il confine tra uomo, animale e spirito non esisteva.

Gli animali potevano parlare, gli esseri cambiavano forma e le creature del mondo invisibile camminavano accanto agli uomini.

Al centro di questa cosmologia troviamo ǀKaggen, il grande essere mantide, una figura complessa: creatore, ingannatore, trasformista, capace di assumere molte forme.

Questa idea della metamorfosi è uno dei temi più antichi dell’esperienza religiosa umana. L’essere sacro non è confinato in un corpo, ma attraversa le forme della natura.

Ed è qui che il tema della voce diventa ancora più misterioso.

Per la mentalità moderna il suono è soprattutto un mezzo per trasmettere informazioni. Per molte culture antiche, invece, il suono era una forza capace di trasformare la coscienza.

La danza di guarigione San utilizza canto, ritmo e movimento per raggiungere stati alterati di coscienza.

Nella danza di guarigione dei San, il battito delle mani, il respiro, il movimento e il canto servono ad attivare il n/um, una potenza spirituale che il guaritore percepisce come un calore che sale nel corpo fino a permettergli di entrare nello stato di !kia, una condizione di coscienza alterata nella quale può entrare in contatto con il mondo degli spiriti.

L’antropologo e archeologo David Lewis-Williams ha collegato molte delle pitture rupestri dell’Africa australe a queste esperienze di trance. Figure ibride, uomini con caratteristiche animali e creature soprannaturali sarebbero la rappresentazione di visioni interiori vissute durante gli stati estatici.

Le neuroscienze moderne studiano questi fenomeni come stati modificati di coscienza, nei quali ritmo, respirazione, ripetizione e coinvolgimento emotivo possono modificare la percezione del corpo, dello spazio e del tempo.

Il ricercatore e antropologo Michael Harner, studiando lo sciamanesimo in diverse culture del pianeta, osservò che gli sciamani descrivevano spesso viaggi in mondi non ordinari abitati da esseri intelligenti.

Nelle tradizioni sciamaniche di Asia, America, Africa e Oceania ricorrono elementi sorprendenti:

  • esseri che scendono dal cielo o abitano altri mondi;
  • spiriti guida e antenati cosmici;
  • metamorfosi uomo-animale;
  • insegnamenti ricevuti da entità non umane;
  • linguaggi speciali e canti sacri;
  • suoni rituali capaci di modificare la coscienza;
  • viaggi attraverso dimensioni invisibili.

Naturalmente questo non significa che gli sciamani stessero incontrando extraterrestri. Dal punto di vista antropologico, queste esperienze sono interpretate come manifestazioni religiose, simboliche e psicologiche legate al funzionamento della mente umana e alla costruzione culturale del sacro. Ma non esistono nemmeno prove che possano completamente asserire il contrario, per cui una mente libera ed aperta deve essere pronta a ogni tipo di possibilità certo prima servono prove, ma se non se ne hanno contrarie non si piò tutto etichettare come mitologia.

Ed in effetti, se confrontiamo questi racconti con l’ufologia moderna, emergono analogie difficili da ignorare.

Nella casistica ufologica contemporanea, soprattutto negli studi di ricercatori come Jacques Vallée, emerge un dato curioso: molte presunte entità aliene non comunicano attraverso una normale lingua parlata. Alcuni dei suoi libri sono illuminanti a riguardo.

 

 

 

 

 

 

I testimoni riferiscono spesso:

  • comunicazione telepatica;
  • messaggi ricevuti direttamente nella mente;
  • alterazione della percezione del tempo;
  • perdita della normale percezione dello spazio;
  • incontri con esseri dalle forme variabili;
  • suoni meccanici, ronzii, sibili o voci non identificabili.

Alcuni racconti parlano addirittura di entità capaci di modificare il proprio aspetto, assumere sembianze diverse o influenzare la percezione del testimone.

È qui che Jacques Vallée ha formulato una delle ipotesi più provocatorie dell’ufologia: forse il fenomeno non è semplicemente quello di astronauti provenienti da altri pianeti, ma potrebbe appartenere alla stessa grande famiglia di esperienze che nel passato venivano interpretate come incontri con spiriti, fate, dèi o esseri soprannaturali.

Questa rimane un’interpretazione teorica e non una dimostrazione scientifica, ma ha aperto un dibattito importante sul rapporto tra esperienza umana, coscienza e fenomeno dell’ignoto.

A questo punto emerge una domanda affascinante.

Per migliaia di anni gli uomini hanno raccontato di creature provenienti dal cielo, di esseri capaci di cambiare forma, di maestri che comunicavano attraverso suoni sacri o linguaggi sconosciuti.

Oggi, nell’era dei satelliti e delle sonde spaziali, gli stessi archetipi sembrano riapparire sotto un nuovo volto: quello dell’extraterrestre.

Gli spiriti degli sciamani sono diventati gli alieni dell’era tecnologica? Oppure si tratta semplicemente di un meccanismo attraverso cui la mente umana dà forma all’incomprensibile?

La scienza, per ora, non possiede una risposta definitiva.

Quello che sappiamo è che il cielo ha sempre rappresentato per l’uomo il luogo dell’origine, del mistero e dell’alterità.

Forse è per questo che, quando immaginiamo una voce proveniente dalle stelle, non le facciamo parlare come noi.

Le diamo una voce fatta di click, di suoni spezzati e di vibrazioni misteriose.

Una voce che, in maniera sorprendente, esisteva già sulla Terra, nelle antiche notti del Kalahari, attorno al fuoco di uomini che da decine di migliaia di anni alzavano gli occhi verso lo stesso cielo che osserviamo ancora oggi.

Giuseppe Oliva – Team Mistery Hunters

  • David Lewis-Williams, The Mind in the Cave: Consciousness and the Origins of Art (2002).
  • Michael Harner, The Way of the Shaman (1980).
  • Rainer Vossen, The Khoesan Languages (1997).
  • Frank Marlowe, The Hadza: Hunter-Gatherers of Tanzania (2010).
  • Jacques Vallée, Passport to Magonia (1969) e Dimensions (1988).
  • Sarah Tishkoff et al., “The Genetic Structure and History of Africans and African Americans”, Science (2009).
  • Quentin Atkinson, “Phonemic Diversity Supports a Serial Founder Effect Model of Language Expansion from Africa”, Science (2011).