L’incendio di Notre-Dame: lo sconcerto di un Alchimista.

0
80

Il 15 aprile del 2019 verrà ricordato per sempre come un giorno triste per tutta l’umanità: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi, uno degli edifici più importanti al mondo, alcova di avvenimenti importanti come l’incoronazione di Napoleone Bonaparte, la beatificazione di Giovanna d’Arco e l’incoronazione di Enrico VI d’Inghilterra, è stata quasi distrutta da un incendio. Notre-Dame brucia e con lei un po’ della bellezza di questo mondo. Le parole strazianti del caro amico Enrico Iaccino, per tutti “Il Professore”, esperto di alchimia, sono commoventi:

 “Ritornato dalla Sila, ho avuto la notizia dell’incendio di Notre Dame de Paris; erano circa le 20,00 e da quel momento non sono riuscito a staccarmi dalla TV; sono passato da un canale all’altro alla ricerca di notizie certe e adesso ( ore 24,00) sto scrivendo con l’ orecchio incollato al notiziario del TG, un po’ sollevato dalla notizia che afferma che le strutture esterne hanno retto e, quindi, è possibile una ricostruzione della Cattedrale, affinché continui, con la sua esistenza, a perpetuare il messaggio che gli antichi costruttori le hanno affidato. Appena appresa la notizia e viste le prime immagini del rogo, sono stato colto da un grande dolore, come se, insieme alla Cattedrale stesse bruciando una parte di me, delle mie conoscenze, della mia anima. Si può amare profondamente una struttura conosciuta solo attraverso le immagini, i testi scritti, la sua storia esoterica, fino a farla diventare una parte di sé? Sì, si può amare! così come si ama una bella donna che concede i suoi favori solo a colui che riesce ad amarla profondamente. Le Cattedrali Gotiche sono dei libri di pietra che parlano, a chi sa intenderne il linguaggio particolare, di una scienza antica, sacra, da cui sono derivate tutte le filosofie, tutte le religioni, tutte le scienze volgari. Solo i filosofi ermetici e gli alchimisti sono in grado di interpretare la miriade di simboli inseriti nella struttura, nelle sculture, nei dipinti, nelle vetrate di una Cattedrale Gotica; solo costoro sono consci della loro reale importanza culturale, sociale, scientifica e filosofica e, quindi, della gravità della perdita, per l’umanità, di un punto di riferimento, qual è stata, fino a pochi istanti fa, la Cattedrale di Notre Dame de Paris. Il dolore vero è tutto nostro; dei figli di Hermes. I Macron, i Cristiani, i politici, i giornalisti che, come sempre, si strappano i capelli, facendo finta di essere addolorati per la perdita di qualcosa, che rappresentava……….bla, bla, bla….per tutta l’umanità…..bla, bla bla…..per la Cristianità…….bla, bla, bla, vorrei tanto sapere come c***o fanno ad esprimere immenso dolore, per la perdita di un qualcosa che non hanno mai avuto e di cui non hanno mai compreso l’importanza, avvoltolati, come sono, nell’ermellino della loro ignoranza.”

Fulcanelli nei suoi scritti racconta cosa sono per un alchista le cattedrali gotiche: «La più forte impressione della nostra prima giovinezza fu l’emozione che provocò nel nostro animo di bambino la vista di una cattedrale. Ne fummo subito sopraffatti, incapaci di sottrarci al fascino del meraviglioso, alla magia dello splendido, che sprigionava quest’opera più divina che umana». Notre Dame è la dama alchemica, la cattedrale sacra per eccellenza, trait d’union tra l’immanente e il trascendente, sospesa tra cielo e terra, per questo racchiude tanti misteri. Per questo motivo per un alchimista vedere queste immagini terrificanti è come perdere un po’ della propria essenza. Ma solo spiegando un po’ di cose sulla storia e sull’importanza simbolica di questo luogo forse si riuscirà a comprendere questa sensazione di smarrimento nel cuore del mio caro amico Enrico e di tutti quelli che hanno intrapreso il cammino della “vecchia arte”.

Per gli storici il nome della città di Parigi deriverebbe da quello dei Parisii, un popolo delle Gallie, e gli invasori romani chiamarono questo luogo Lutetia Parisiorum, cioè “la palude occupata dai Parisii”. Vi è un’altra ricostruzione dell’etimologia del nome “Paris”, di grande fascino e di enorme suggestione: esso deriverebbe da “par” (parà, preposizione greca che vuol dire “presso”) in aggiunta a “Iside”, la dea egiziana. Pertanto “Paris” suonerebbe come “città vicina ad Iside”, o “cara ad Iside”. PAR ISIS da cui PARISIS = PARIS = PARIGI. Ecco, la cattedrale di Notre Dame nasconderebbe addirittura l’origine del nome della citta’, ma nessuno forse ce lo dice. A questa si aggiunge un’altra possibile ricostruzione: “bar”, che in lingua egizia vuol dire “vascello” + “Iside”, con il risultato di “vascello” o “culla” di Iside, forse riferito all’isola a forma di barca dove è ubicata ora la cattedrale, nell’Ile de la Citè. Bar-Isis è anche la traduzione in druido dotto della parola volgare Lutezia, ripresa poi successivamente dai romani come visto prima, che aveva esattamente lo stesso significato. La radice Lo o Lu designa in celtico le acque, i fiumi, e Tec, in celtico, come in latino e in greco, significa riparo, nascondiglio, arca, vascello (nel senso di ciò che contiene) Non a caso, forse, nello stemma araldico della città di Parigi compare, oltre al “Fleur-de-lys”, la figura di un vascello  a forma di falce di Luna, noto simbolo di Iside. Si narra proprio che nell’Ile de la Citè, intorno al 360 d.C., data in cui gli storici ci dicono che la città venne definitivamente chiamata “Paris”, l’imperatore e filosofo Flavio Claudio Giuliano, chiamato ingiustamente l’apostata dai cristiani, quando era governatore di Lutetia, essendo molto devoto ad Iside Pharia, avesse fatto edificare un grande tempio in onore della Madre, dispensatrice della vita. Si pensa che la cattedrale di Notre-Dame sia stata costruita proprio sui resti dell’antico tempio dedicato ad Iside. Da allora il destino di Parigi sarebbe stato quello di “illuminare” il mondo, con il culto della “ragione” dei nuovi filosofi, con la pratica di nuovi culti, fino ad arrivare alla Rivoluzione del 1789, solo in apparenza dovuta alle condizioni miserevoli del popolo ed alla reazione nei confronti degli avidi regnanti. La capitale francese può ben definirsi una delle città più esoteriche d’Europa, in grado di rivaleggiare con TorinoLione, Praga, Barcellona o Londra. Ben rappresentata ad occhi esperti è la simbologia racchiusa nella cattedrale di Notre-Dame, che rappresenta un vero e proprio “monumento filosofale”, non a caso definita da Victor Hugo come “un geroglifico completo, la sintesi più soddisfacente della scienza ermetica”. La grande conoscenza che non ci è stata tramandata ma anzi occultata, è impressa nella Regina delle Cattedrali, nelle sue pietre, nei portali, nelle vetrate, nelle decorazioni che sono state lette anche come una complessa rete di simboli alchemici dai misteriosi significati mistici, religiosi, filosofici e astrologici. Secondo alcuni linguisti il termine “gotico” deriverebbe dalla parola argot, un «linguaggio caratteristico di tutti quegli individui interessati a comunicare segreti senza essere compresi da coloro che li circondano». La cattedrale tutt’intera non è altro che una glorificazione muta, ma espressa con immagini, dell’antica scienza di Ermes. Se osserviamo la cattedrale come un libro, ci accorgiamo che la sua facciata occidentale, rivolta ad ovest, in sintonia con le torri campanarie gemelle, raffigura la lettera “H”. Si tratta della lettera “eta” in greco, iniziale del dio solare Helios e della lettera “het” ebraica, composta graficamente dall’unione di altre due lettere, una wâw e una zaîn, unite da un piccolo ponte, di cui la prima allude al collegamento tra terra e cielo mentre la seconda simboleggia la sovranità divina sul mondo fenomenico, iniziale del nome Elia. Entrambi i personaggi sono accomunati dal simbolo del carro di luce e di fuoco, la Merkabah dei cabalisti, che facilita l’ascensione al cielo. Pertanto il tempio terreno non è altro che la base per permettere all’uomo di raggiungere la vera elevazione spirituale. A questo proposito Fabre d’Olivet scrive: «è il portone dal quale si accede all’infinito, ma anche il simbolo del segno del Cancro, governato dalla Luna, la quale rappresenta il mondo interiore e il rapporto affettivo con la madre». È infatti l’iniziale della parola hayìm (vita) e di Havvà (Eva). Il portone è diviso in 3 maestosi portali pieni di significati sconosciuti ai più. Molto interessante è il portale del “Giudizio Universale”, costruito tra il 1220 e il 1230, al centro della facciata occidentale, gravemente danneggiato nel 1771, che, pur avendo perso gran parte dei simboli originari, conserva spunti interpretativi di indubbio fascino. Fulcanelli nelle sue parole tratte da “Il Mistero delle Cattedrali” ci dice che: “Il pilastro di mezzo, che divide in due il vano d’ingresso, ci offre una serie di rappresentazioni allegoriche delle scienze medioevali. Di fronte al Sagrato, ed al posto d’onore, l’Alchimia è raffigurata da una donna la cui fronte tocca le nubi. Seduta in trono, ella ha nella mano sinistra uno scettro, segno di sovranità, mentre con la destra tiene due libri, uno chiuso (esoterismo) e l’altro aperto (essoterismo). Mantenuta tra le sue ginocchia e poggiata sul suo petto si eleva la scala dai nove gradini, la scala philosophorum, geroglifico della pazienza che deve essere posseduta dai suoi fedeli nel corso delle nove successive operazioni della fatica ermetica”. L’intera cattedrale è dunque fondata sulla dottrina alchemica che opera sulla materia-mater elementare. La Vergine Madre diventa quindi personificazione della sostanza primitiva attraverso la quale il Principio Creatore ha operato il suo disegno. Proseguendo nell’osservazione della porta centrale, al di fuori delle strombature, troviamo quattro bassorilievi, che per gli ermetisti incarnerebbero la ricerca della Pietra Filosofale, dove Abramo è emblema dell’obbedienza, Giobbe del dolore, San Cristoforo della carità e Nimrod del desiderio di potenza, grande avversario dei praticanti l’Arte. Il registro inferiore del timpano è ornato con la vera e propria rappresentazione del Giudizio Universale: la scena sembra molto simile a quella riportata nella carta XX dei tarocchi: un angelo suona la tromba e molti morti risorgono dai sepolcri. Oswald Wirth, attento studioso del simbolismo delle carte, ha voluto scorgere in tale scena una chiara allusione al risveglio iniziatico, che conduce verso una nuova esistenza. Verso l’apice del bassorilievo, san Michele e Satana, con ai lati dieci dannati trascinati da diavoli cornuti e altrettanti santi, pesano le anime su una bilancia e compiono la ripartizione, rivelando la tradizione di origine tipicamente egizia della psicostasia. Ma, osservando con attenzione la scena, sembra che il diavolo miri a falsare l’esito della pesata, mentre il bene risulta allineato sia all’esterno che all’interno. Anche in questo caso si fa un chiaro riferimento alla simbologia alchemica: Satana è la metafora della potenza creativa sulla materia volgare, mentre Michele simboleggia colui che eleva la materia ad elemento perfetto, il cosiddetto “rebis filosofale”. La grandiosità simbolica del Portale del Giudizio Universale trova il suo apice nei ventiquattro bassorilievi posti ai lati dei battenti. Nelle due file superiori, dodici personaggi mostrano uno scudo concavo recante un motivo allegorico. Sotto ciascuno di loro si susseguono varie allegorie. Di certo non è un caso che proprio davanti a essi si riunissero settimanalmente, nel giorno di Saturno, gli alchimisti parigini. Ma, per meglio comprendere il cammino nelle fasi evolutive della Grande Opera alchemica indicato da questi emblemi di pietra, è bene esaminarli singolarmente:

1°- Una donna mostra un corvo al centro del suo scudo. Questo rappresenta lo stadio della putrefazione e la prima apparizione della Nigredo, chiamata appunto “testa di corvo”.

2°- Il personaggio reca sullo scudo l’immagine del Caduceo di Ermete, raffigurazione del Mercurio. È da notare come attorno alla verga sia presente un solo serpente.

3°- Il terzo soggetto porta sullo scudo una salamandra avvolta dalle fiamme. Si tratta dello Zolfo, idealmente il serpente mancante che rende completo il simbolo precedente.

4°- Lo scudo del quarto uomo ha impresso al centro una testa di ariete. Questo animale solare indica non solo i giorni fasti per le varie operazioni ma anche, e soprattutto, il fuoco segreto che in questo stadio penetra la Materia Prima.

5°- Sul quinto scudo appare uno stendardo dalla triplice punta, richiamo delle tre fasi dell’opera. Rappresenta l’evoluzione del lavoro alchemico.

6°- L’ultimo soggetto della fila porta impresse sullo scudo una croce dalle braccia disuguali e una ruota dentata. I quattro elementi sono in opera all’interno del crogiolo.

7°- Un cavaliere corazzato e armato di spada reca sullo scudo un leone ruggente. All’inizio di questa seconda serie la Nigredo è divenuta Albedo. La figura del leone può essere ricondotta all’Alkaest, il Leone Verde, l’agente magnetico alla base del fermento filosofico della sua successiva trasformazione in oro ermetico, il Leone Rosso.
Basilio Valentino a questo proposito cita, nelle Dodici Chiavi:
«Dissolvi e nutri il vero Leone con il sangue del suo fratello. Perché il sangue fisso del Leone Rosso è fatto col sangue volatile del Leone Verde, poiché sono entrambi della stessa natura.»

8°- Una donna velata ci presenta sul suo scudo una leonessa. In relazione al simbolo precedente l’animale può essere inteso come esistenza dei due mercuri, quello principe e quello filosofico o, più semplicemente, come emblema delle nozze alchemiche degli antichi autori.

9°- Qui appare la figura del grifone, essere dalla duplice natura. L’Opera è giunta alla congiunzione, alla fissazione del mercurio e alla sua mutazione in zolfo fisso.

10°- Quest’immagine raffigura una donna nell’atto di contemplare un oggetto. Tuttavia la scultura è troppo danneggiata per poterne intuire la natura.

11°- Sullo scudo del personaggio capeggia un drago serpentiforme. L’uomo tenta di strangolare la bestia con la mano destra. Il mostro altro non è che il custode del giardino delle Esperidi, l’ultimo ostacolo al completamento dell’Opera.

12°- L’ultima figura porta impresso sullo scudo un pentagono, immagine dell’athanor, il crogiolo ermetico. Nella mano destra tiene in mano la pietra filosofale, finalmente completa.

Nella fila inferiore invece troviamo:

1°- Un cavallo impennato disarciona il suo cavaliere. Rappresenta la coobazione.

2°- Un vecchio (l’iniziatore) mostra il Corno di Amaltea e lo Specchio dell’Arte, emblemi dell’acquisita realizzazione.

3°- Un uomo ricurvo regge in mano una bilancia. È il simbolo della sublimazione.

4°- Un anziano si appoggia stancamente a una pietra cubica, le mani inserite in un manicotto. L’alchimista è sempre un vegliardo. In francese il gioco di parole vieillard (vegliardo) – vieil art (vecchia arte) è spesso usato dagli autori del tempo. Il manicotto è una notazione temporale a indicare il periodo invernale, al cui solstizio le vergini delle tradizioni solari partoriscono, così come il filosofo genera la pietra che contiene il fuoco segreto.

5°- Un uomo si inchina in una sorta di danza. Alcuni occultisti hanno voluto vedere in questo personaggio Davide in adorazione dell’Arca dell’Alleanza.

6°- Un uomo rimane a mani giunte di fronte a uno specchio in cui si riflette un volto femminile. L’artigiano dell’Opera è giunto a comprendere la natura della materia prima.

7°- Un cavaliere lascia cadere la propria spada e un albero carico di frutti, mentre è inseguito da un lupo. Basilio Valentino vede nel Lupo Grigio, che diverrà poi verde, il fuoco divorante pronto ad assalire il ricercatore incauto che si avvicina ai misteri con la semplice chimica.

8°- Questo bassorilievo è talmente usurato da risultare indecifrabile.

9°- Una figura maschile si prostra di fronte a una donna coronata che lo atterra con un calcio. Rappresenta la separazione dei principi grossolani da quelli sublimi.

10°- Due figure avvinte sembrano lottare tra loro. È la soluzione tra elementi di natura differente.

11°- Un giovane si allontana da un vecchio appoggiato a un bastone. Il procedimento è simile a quello della nona figura. «Separa il sottile dallo spesso, dolcemente, con grande laboriosità.» (cit. Azoth, Basilio Valentino)

12°- Un personaggio si avvicina alla soglia di un edificio e abbandona un sacco mezzo pieno. Il maestro d’Opera, giunto al termine del cammino, può accedere infine al santuario della sapienza, spogliato dai metalli vili del mondo profano.

Il Portale della Vergine è stato costruito tra il 1210 e il 1220. Gran parte delle statue che lo ornano sono un’aggiunta posteriore secondo i disegni di Viollet le Duc, nel XIX secolo, e quindi del tutto trascurabili. Se il precedente Portale del Giudizio Universale era dedicato all’alchimia pura, quello della Vergine è orientato al simbolismo astrologico. Sulla cornice di mezzo, al centro del timpano, è scolpito un episodio della vita del Cristo, presumibilmente la resurrezione di Lazzaro.

Sul sarcofago sette cerchi raffigurano i sette metalli planetari.

«Il Sole indica l’oro, l’argento vivo Mercurio.

Ciò che Saturno è per il piombo, è Venere per il rame. La Luna dell’argento, Giove dello stagno e Marte del ferro sono figura.»
(cit. La cabale inttellective, manoscritto A. 72, Bibliothèque de l’Arsenal)

Abbassando lo sguardo verso la parte sinistra del basamento troveremo cinque nicchie, ornate con delle curiose figure. Il cane e le due colombe, animali citati da Artefio e Filalete, raffiguranti rispettivamente la separazione del composto in forma di polvere nera e la spiritualizzazione e sublimazione del mercurio filosofale. A seguire abbiamo l’agnello, l’edulcorazione del principio arsenicale dalla materia e l’uomo voltato, il solve et coagula che insegna a realizzare la conversione degli elementi. Sulla facciata esterna dei pilastri che sostengono l’architrave sono rappresentati i segni dello zodiaco. Possiamo notare come la successione astrologica sia qui falsata: ai Gemelli infatti segue il Leone, che scalza il Cancro sul pilastro opposto. Agli occhi dell’alchimista esperto questa scelta appare come chiaro riferimento alla congiunzione del fermento filosofico (Leone) con il composto mercuriale che deve avvenire, appunto, nel quarto mese dell’Opera. Sotto il portico un piccolo decoro quadrangolare mostra un cielo stellato nel quale un angelo sembra malmenare un bambino che fuoriesce da una giara. È un’ottima sintesi della condensazione dello Spirito Universale, il bagno degli astri in cui il Sole e la Luna chimici si immergono per cambiare natura. Sul pilastro centrale è posta la statua della Madonna con Bambino; al di sopra di essa, nell’architrave, è raffigurata l’Arca dell’Alleanza, quasi a sottolineare il legame con Maria, che ponendosi come intermediaria tra l’Uomo e Dio, costituisca il nuovo segno dell’Alleanza. Sotto i suoi piedi, invece, un bassorilievo mostra la tentazione di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre. Sull’albero di melo, al posto del serpente, compare straordinariamente una figura femminile: si tratta di Lilith, un personaggio presente nella tradizione ebraica ma non nel racconto biblico. Lilith sarebbe stata la prima moglie di Adamo, in seguito ripudiata per non aver obbedito al marito. Per punizione, essa sarebbe stata trasformata in un demone notturno.

Costruito tra il 1165 e il 1170, e successivamente ritoccato nel 1230, il Portale di Sant’Anna è il più antico della cattedrale. Anche qui i restauri di Le Duc hanno modificato l’architettura originaria, andata distrutta nel corso dei secoli. Le sculture rimaste ci raccontano la leggenda francese, risalente al IV secolo, del vescovo Marcello, che uccise un drago con il solo tocco del suo pastorale (pur non essendo riconosciuto tra i santi della Chiesa Romana, la Francia lo festeggia il 3 Novembre). La porta presenta delle notevoli finiture in ferro battuto che, secondo una leggenda, vennero realizzate da un fabbro ed alchimista francese chiamato Bicornette (cioè, bicorne). Per far sì che la sua opera fosse mirabile, il fabbro fece un patto con il Diavolo, vendendo la sua anima in cambio della realizzazione delle tre cancellate commissionategli, una per ciascun portale. Il Diavolo, però, poté finirne solo una, perché una volta messosi all’opera sul portale centrale, non riuscì ad avanzare nel lavoro. Di fronte all’ingresso, infatti, era sempre posto in esposizione il Santissimo Sacramento, prima della consueta processione cerimoniale. Furioso per l’inganno, il Diavolo maledisse il portale destro, affinché nessuno potesse più attraversarlo e poi volò sulla sommità dell’arco, trasformandosi nel rapace di pietra che ancora oggi vigila attento su coloro che passano per la porta. Grillot de Givry, autore de La Grande Oeuvre (Parigi, 1907) vede in questa porta perennemente chiusa la via alchemica non volgare, destinata ai pochi eletti della Sapienza.

Al termine di questo breve viaggio attraverso alcuni dei molti simboli celati nella facciata principale di Notre-Dame de Paris non possiamo che soffermarci sulla misteriosa dedica del transetto sud:

«Anno Domini MCCLVII mense Februario idus secondo hoc fui inceptum Christis genitus honore kallensi lathomo vivente Johanne Magistra.»

La traduzione letterale di questo motto suonerebbe pressappoco così:

«Nell’anno del Signore 1257, il secondo giorno delle idi di Febbraio, quest’edificio è stato dedicato alla Madre di Dio da Mastro Jean, il cavapietre di Chelles.»

 Ma proviamo ad applicare la cabala fonetica, ben conosciuta dagli ermetisti:

– La parola anno designa l’anello o il cerchio metallico, emblema del Sole. Domini lo indica dominante, alto – sull’orizzonte.

– Le lettere MC sono l’abbreviazione di Medium Coeli. CLVII è declinazione di clueo, “esaltato, illustre, luminoso”.

– Mense deriva da mensio, “pesare, misurare”. Februario indica l’azione di purificare. Idus proviene da iduo, che indica “separazione”.

– In alchimia il crogiolo, o crucibolo, è assimilato alla figura della croce e quindi del Cristo.

– Honore indica l’azione del venerare o del consacrare. Kallensi è l’equivalente mal scritto (cosa comune nel medioevo) di callens, “esperto, prudente”.

– Lathomo ci riporta alle Latomiae, le cave romane usate come prigioni. In ambito alchemico possiamo assimilarlo allo spirito minerale imprigionato nella materia.

– Johanne, deformazione di Johannes è un nome da sempre legato al fuoco e qui accostato con l’aggettivo vivente.

– Infine Magistra, declinato al femminile, è l’appellativo ermetico di Iside, patrona dei misteri e Grande Madre della natura.

Otteniamo così:

«A mezzogiorno pesa e misura (la materia prima).
Purifica e separa.
Consacra il crogiolo generatore, libera con prudenza lo spirito imprigionato nella materia.
Vivificalo con il fuoco e (tramite lui) giungi alla Grande Natura.»

Un senso per il profano e uno per l’iniziato.

Al di sopra della galleria dei Re, che consiste in un loggiato contenete 23 statue raffigurante i re di Giudea, sebbene questi siano stati venti, probabilmente il loro numero venne arbitrariamente accresciuto fino a farlo coincidere con quello dei re di Francia fino a Filippo il Bello, dove l’unico re identificabile è Davide, il quattordicesimo da sinistra, che poggia i piedi sopra un leone, in asse con il portale del Giudizio universale, si apre il rosone, che dà luce alla navata centrale della cattedrale ed è il punto focale di tutta la facciata; il suo diametro è di 9,7 metri. La vetrata venne realizzata intorno al 1220, e fu oggetto di restauro nel XVI secolo; venne in gran parte rifatta nel corso dei restauri di Viollet-le-Duc. L’iconografia è incentrata sulla celebrazione del mistero dell’Incarnazione, della quale è simbolo la creazione stessa. La composizione è dominata dai numeri 3 e 12, ripresi dallo Speculum Maius di Vincenzo di Beauvais, opera in cui essi rappresentano rispettivamente il mondo di Dio e l’Incarnazione. L’iconografia si sviluppa su tre cerchi concentrici con, nel mezzo, la Madonna in trono col Bambino. Nel cerchio interno, sono raffigurati dodici profeti; in quello mediano, entro ventiquattro tondi, vi sono i vizi e i segni zodiacali; in quello esterno, entro altrettanti campi a forma di croce greca con angoli smussati, si trovano le virtù e i mesi dell’anno. Esiste pure l’alchimista ufficiale di Notre Dame: Fulcanelli ci aiuta a trovarlo, in mezzo all’armonico disordine delle innumerevoli figure scolpite: sta molto in alto, su una delle torri ed è un vecchio con il cappello frigio, indossa un leggero camice di laboratorio ed è lui il filosofo che, con lo sguardo perso nei propri pensieri, scruta tutto intorno. Dietro di lui c’è l’Athanor, il forno aichemico ed occulto. Ha due fiamme, una potenziale e l’altra virtuale. Sono almeno due gli aspetti simbolici interessanti: il primo è certamente legato al copricapo, simbolo massonico di iniziazione, legato agli antichi culti della dea Cibele ed al suo amante Attis, nonché ai culti di Mitra. L’altro è l’aspetto da vecchio canuto, con la barba fluente, che è anch’esso un indizio fondamentale, ma di più difficile lettura. Per capirlo, infatti bisogna passare per il “linguaggio degli uccelli”, o “cabala fonetica”, che rappresenta concetti segreti mediante associazione con frasi che hanno una pronuncia simile, magari, anche se non necessariamente, passando per una lingua diversa da quella di origine.  È cosi che il “vieillard” (il vecchio, in francese) è foneticamente e quindi simbolicamente assimilabile alla “vieille art”, la “vecchia arte”, l’Arte degli Antichi, ossia l’Alchimia. Ad una cinquantina di metri dall’ingresso della Cattedrale, sulla pavimentazione della piazza, è possibile notare una borchia dorata di forma ottagonale, con all’interno una Rosa dei Venti stilizzata. La borchia è circondata da una lastra di pietra circolare, suddivisa in quattro quadranti, su ognuno dei quali è riportato un frammento della frase “POINT” “ZÉRO” “DES ROUTES” “DE FRANCE” (Punto Zero delle strade di Francia). Si tratta di un marcatore ed indica il punto esatto geografico dal quale vengono calcolate tutte le distanze chilometriche tra le città francesi, su ciascuna delle 14 strade nazionali che escono da Parigi. Non si tratta, si badi bene, di un punto geodesico: questi ultimi, infatti, sono punti fissati sul territorio, solitamente in punti molto alti e ben visibili anche da lontano, come cupole, pinnacoli e campanili, per scopi di misurazione di distanze con il metodo della triangolazione. Il Punto Zero parigino ha una valenza simbolica. La forma è fondamentale: l’Ottagono, infatti, è una figura geometrica da sempre ritenuta intermedia tra il Quadrato, simbolo della dimensione terrestre e di tutto ciò che riguarda il Microcosmo, cioè l’essere umano, e il Cerchio, simbolo, invece, della dimensione celeste, e di tutto ciò che riguarda il Macrocosmo, cioè l’essere divino. Esso si pone pertanto come principio mediatore tra l’Uomo e Dio.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Tuttavia, secondo certe dottrine derivate dallo Gnosticismo, questo principio mediatore non è altri che la Sophia, la Sapienza Divina, il principio femminile detto anche “Femminino Sacro”. La collocazione davanti ad una chiesa dedicata a “Nostra Signora”, dunque, non è casuale. D’altronde, è ben noto che la Stella Polare, che si ricava dall’Ottagono tracciando le sue diagonali principali, è da sempre un simbolo che identifica la Dea Madre: lo era per Ishtar, lo era per Astarthe ed è prevedibilmente diventato, con l’avvento del Cristianesimo, un simbolo mariano. L’interno della chiesa è suddiviso in cinque navate, la principale delle quali è alta 32 metri e larga 12. Le navate laterali sono sovrastate da un matroneo. Sul fianco delle navate si aprono numerose cappelle, in totale quattordici (sette per lato) nell’area del piedicroce. Tra tutte segnaliamo, per la sua valenza simbolica, la quinta cappella di sinistra: originariamente dedicata a San Giuliano l’Ospitaliere, poi a Santa Maria Egiziaca, è attualmente intitolata a Nostra Signora di Guadalupe, una delle più importanti e venerate Madonne Nere al mondo. Altra scena caratteristica è quella che raffigura l’Adorazione dei Magi i quali, esotericamente, rappresentano i Sapienti della Terra che depongono la loro corona davanti al Bambino-Cristo. I tre doni rappresentano le sue tre proprietà: la vita eterna, la felice onniscienza e la ricchezza illimitata. Uno dei re-maghi, indica il segno distintivo dell’Alchimia: la stella che appare sul regolo, il piccolo re. Altre caratteristiche simboliche interessanti che si possono incontrare all’interno della chiesa sono i simboli rappresentati sulle vetrate dipinte, tra cui spiccano Stelle di Davide, Green Men e tantissime figure di geometria sacra. La caratteristica per la quale, forse, la cattedrale parigina è più famosa, immortalata in decine di capolavori tra cui il celebre romanzo storico di Victor Hugo (Notre-Dame de Paris, 1838), sono le gargolle, ovvero le 38 figure allegoriche e grottesche che corrono lungo tutto il cornicione sporgendosi dai canali di gronda. In origine le gargolle (in fr.,gargouilles, in ingl. gargoyles, entrambi derivati dal latino gurgulio, un termine onomatopeico che indicava lo scorrere dell’acqua) avevano la pratica funzione di doccioni, essi cioè servivano a far defluire l’acqua piovana fuori dal tetto senza farla scorrere sui muri, per evitare che essi si rovinassero o che l’acqua penetrasse attraverso di essi nelle fondamenta. Fu, in particolare, con il diffondersi dello stile gotico che le gargolle cominciarono ad assumere fogge più fantasiose, come quelle di animali fantastici e spaventosi dalle espressioni grottesche. All’aspetto prettamente funzionale si unì quello simbolico: dal tenere lontana l’acqua di scolo per impedire il danneggiamento degli edifici si arrivò alla funzione apotropaica di tenere lontano il Male, per proteggere i fedeli, un po’ come i mascheroni scolpiti nelle chiavi di volta delle entrate dei palazzi. La gargoyles di Notre-Dame di Parigi superano anche questo concetto, perché per molte di esse viene meno persino l’aspetto funzionale, non essendo propriamente dei doccioni. Pochi sanno, tuttavia, che esse non sono il frutto dei capricci architettonici del gotico medievale, bensì della mente immaginifica e certamente iniziata di Viollet-le-Duc, che nel restauro intrapreso intorno alla metà del XIX sec. sostituì gran parte delle vecchie gargoyles con altre realizzate secondo il suo dettame. Ecco, dunque, comparire il famoso diavoletto cornuto che si affaccia facendo la linguaccia e i demoni (o Chimere, come furono definite ai tempi della loro realizzazione). Santuario della Tradizione, della Scienza e dell’Arte, la cattedrale non dev’essere guardata come un’opera dedicata unicamente alla gloria del cristianesimo, ma piuttosto come un vasto agglomerato di idee, di tendenze, di credo popolare; sotto la luce policroma, a volte spettrale delle alte vetrate, il raccoglimento invita alla preghiera e predispone alla meditazione, ma, contemporaneamente, come a voler compensare un aspetto più umano, gli ornamenti lasciati dovunque dai maestri muratori emanano e riflettono, con straordinaria potenza, sensazioni più terrene, uno spirito più laico e pagano, a sdrammatizzare le mille preoccupazioni della grande anima popolare, l’affermazione della sua coscienza e la crescente consapevolezza di stabilire la propria volontà. Nell’edificio si andava per assistere alle funzioni religiose, altre volte al seguito di un corteo funebre, o di una festività solenne, ma, in epoca medioevale, lì si tenevano pure assemblee politiche, si discuteva il prezzo del bestiame e del frumento, i tessitori concordavano i prezzi delle stoffe e le corporazioni di arti e mestieri vi si recavano per far benedire il capolavoro appena ultimato dal proprio confratello. Si tenevano poi, sempre nella cattedrale, tradizionali feste pagane, assai gradite al popolo. Una di queste era la “Festa dei pazzi” anche se da molti veniva denominata “Festa dei saggi” (questa contrapposizione nasce dal fatto che solo chi si sforza a guardare la realtà con gli occhi dell’altro, senza veli e pregiudizi, può capire il mondo di chi si ha difronte), una autentica kermesse processionale, che partiva dalla chiesa con il suo vescovo, i suoi dignitari, i suoi fedeli ma, soprattutto, il suo popoio, rumoroso, malizioso, scherzoso, che, sempre pieno di traboccante vitalità ed entusiasmo, si riversava in città, ilare satira di un clero ignorante ed ingordo, per una volta sottoposto all’autorità della “Scienza nascosta” e schiacciato sotto il peso della superiorità popolare. Veniva allora allestito il carro del “Trionfo di Bacco”, trainato da un centauro e da una centauressa, entrambi adornati solo da foglie di vite, come il dio Pan che li accompagnava: un carnevale che oggi appare osceno, ma che allora si impossessava delle navate, dove ninfe e najadi uscivano dal bagno per recare omaggio alle principali divinità pagane. Ma la cattedrale è anche l’asilo inviolabile dei perseguitati, nonché il sepolcro per i defunti illustri e l’ospitale ricovero di ogni malato. Si narra che in tempi antichi, i medici visitassero gli infermi, che qui vi passavano la notte e il mattino, proprio nell’ingresso, intorno all’acquasantiera. Si è sempre creduto, infatti, che le energie presenti in questo sito, fossero benefiche per la salute. La facoltà di Medicina dell’Università, poi, volendosi staccare e rendersi indipendente, venne qui a tenere le proprie assemblee e questo fino alla metà del 1400. Una vera città nella città, centro intellettuale e morale del tessuto urbano, cuore e cervello del pensiero, della scienza e dell’arte. In queste ore è stato citato spesso un passaggio del romanzo “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo che descrive un incendio appiccato nella cattedrale da Quasimodo, più comunemente chiamato «gobbo di Notre-Dame», cioè uno dei protagonisti: «Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma disordinata e furiosa di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo… Sotto quella fiamma, sotto la cupola balaustrata intagliata a trifogli di brace, due grondaie fatte a fauci di mostri vomitavano senza posa quella pioggia ardente il cui argenteo scroscio risaltava nell’ombra della facciata inferiore». Lo scrittore francese criticava aspramente lo stato di degrado della cattedrale di Parigi nel suo romanzo : «Il tempo è cieco e l’uomo è stolto. Se avessimo il piacere di esaminare una ad una le diverse tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini». Il suo appello ebbe successo: la restaurazione ottocentesca con la costruzione dell’iconica guglia bruciata e crollata nell’incendio. Adesso il fuoco è domato e la struttura portante sembra aver retto. Il sospetto è che le fiamme si siano sviluppate “accidentalmente” tra i ponteggi allestiti per il restauro. L’uomo moderno ormai distratto dalla sua veloce materialità ha quasi distrutto ciò che il tempo nel suo lento trascorrere non era riuscito a fare.

Alfonso Morelli team Mistery Hunters

Fonti e Bibliografia:
Christian Jacq, Il messaggio dei costruttori di cattedrali.
Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali.
Fulcanelli, Le dimore filosofali.
Alexander Roob, Alchimia e mistica.
Fabre d’Olivet, La lingua ebraica restituita.
Oswald Wirth, I tarocchi.
Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli.

www.angolohermes.com

www.visionealchemica.com

http://www.ereticamente.net

wikipedia